giovedì 17 giugno 2010
CU.SP.I.D.E.
mercoledì 5 agosto 2009
never ending stories - immagini senza tempo
Domenica 16 agosto 2009, alle ore 18.30, presso la Canonica della Chiesa di San Michele Arcangelo di Villacanale, verrà presentata l’ultima personale di pittura di Michele Nero, NEVER ENDING STORIES/immagini senza tempo, con il patrocinio dell’Associazione Culturale “Nuova Villacanale” e la collaborazione del Web Magazine CU.SP.I.D.E. (www.cuspide.biz)
Piccole realtà che sfuggono all’occhio umano, frammenti di vita troppo spesso sommessi. Ricordi lontani, di antiche memorie quasi perdute, impareggiabili sfondi emozionali. Quando la mente viaggia con un biglietto di sola andata alla ricerca perenne di attimi di semplicità che non esistono più ma che rivivono nonostante il trascorrere del tempo. Un tempo circolare, dell’eterno ritorno, dove corsi e ricorsi storici si confondono con una natura selvaggia, a tratti dimenticata; terra di confine tra l’universo e l’oblio, infinitamente povera quanto mai ricca . . .
COMUNICATO STAMPA
N.E.S. (NEVER ENDING STORY) come sinonimo di eternità.
Immagini senza tempo che, come piccoli frame, uniscono e dividono.
Nell’immaginario collettivo ogni scorcio (N.E.S.) assume una valenza differente, per alcuni positiva - legandosi a ricordi piacevoli - per altri negativa.
In ogni caso ogni N.E.S. si caratterizza come universo a se, carico di significato per il semplice fatto di esistere.
Eteree e fuori dal tempo (timeless), le N.E.S. attraversano una vasta gamma di atmosfere, nitide o confuse, a colori o in bianco e nero, ma sempre incredibilmente accattivanti.
Così rivivono le vecchie facciate o il grande campanile, i lampioni e le minuscole strade che collegano una casa all’altra.
A volte difficili da contestualizzare, mantengono sempre un’aura di immortalità.
Anche per coloro che non le hanno vissute personalmente, le N.E.S. conservano sempre la soddisfazione visiva di un’immagine senza tempo, che comunque in qualche modo riesce a toccare le corde dei sentimenti più intimi e, attraverso la forma e il colore, a restituire un senso di appagamento interiore che ne determina il piacere.
never ending stories
immagini senza tempo
Canonica / Chiesa di San Michele Arcangelo
Villacanale (IS)
Domenica 16 agosto 2009, ore 18.30 (vernissage)
Con il patrocinio di:
Associazione Culturale “Nuova Villacanale”
www.villacanale.it
CU.SP.I.D.E.
CUltura Spettacolo Intrattenimento Divagazioni artistiche Etno-gastronomia
www.cuspide.biz
info@cuspide.biz
Official blog:
immaginisenzatempo.blogspot.com
lunedì 23 marzo 2009
I Sabini popolo d’Italia
La mostra
La mostra è divisa in quattro sezioni.- I Sabini popolo d’ItaliaLa prima sezione, curata da Maria Carla Spadoni, docente di Epigrafia Latina presso l’Università di Perugia, presenta un inquadramento storico che chiarisce le origini e le vicende del popolo dei Sabini anche attraverso una serie di antiche carte della sabina storica ed un contributo video che darà all’inizio del percorso la linea guida dell’intero itinerario.
I Sabini nell’antichità
Il Mito nell’Arte
Il Ratto delle Sabine dalla letteratura al cinema
mercoledì 25 febbraio 2009
Flash grafiche 1960 – 1990
inaugura, sabato 7 marzo 2009 alle ore 18.00, la mostra
Lina Passalacqua
Flash grafiche 1960 – 1990
a cura di Maria Privitera, con la presentazione di Stefania Severi
Durante l’esposizione verrà proiettato il video Lina Passalacqua: un autoritratto, prodotto dalla Teleromacine nel 1990, con testo di Stefania Severi per la regia di Pino Passalacqua.
La mostra si avvale dei patrocini dell’ Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune e della Provincia di Roma.
In occasione della mostra è stato edito dalla Società Editrice Romana un catalogo monografico di 104 pp. con testi critici di Renato Civello e Cinzia Folcarelli, contenente inoltre un vasto apparato grafico e bibliografico.
“Viviamo nell’epoca del flash e tutto appare frammentario, anche i nostri sentimenti subiscono questa caratteristica. Sono impressionata dai flash della nostra epoca, dalle “schegge” di vita che ci colpiscono continuamente.Vivo in una società fatta di flash, che rischia di perdere la memoria storica e, forse, anche quella morale.” (L. Passalacqua, in un colloquio con E. Benedetto nella redazione di “Futurismo Oggi”-1989)
In mostra sono esposti trenta dei cento “disegni-pittura” contenuti nel catalogo, realizzati da Lina Passalacqua dal 1960, in piena Pop – Art, al 1990, su suggestione del lavoro di Andy Warhol e di altri artisti. Utilizzando i giornali dell’epoca, con un procedimento particolare di trasferimento dell’immagine sul supporto cartaceo, e successivamente intervenendo con i colori, Passalacqua crea questi flash di vita, memorie del tempo e dello spazio contemporaneo, non più realizzabili con i giornali di oggi, a causa della diversa composizione dell’inchiostro che non permette un buon trasferimento dell’immagine.
Natura, essere umano, macchine e ingranaggi si fondono tra loro raccontando quaranta anni di storia e di personaggi che l’hanno caratterizzata. Stilisticamente le opere sono un misto di Futurismo e Pop Art, caratterizzate da un forte dinamismo; sono state esposte nel corso degli anni in numerose mostre personali e rassegne, ma solo oggi l’artista ha deciso di presentarle a Roma.
Lina Passalacqua, che ha insegnato trentacinque anni nel Liceo Artistico Ripetta, ritorna oggi in questo luogo, dove sono passati tanti altri grandi artisti che hanno fatto la storia dell’arte italiana.
L’esposizione sarà visitabile fino al 21 marzo con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì 9.00 - 13.00; 15.00 -19.00; sabato 9.00 -13.00; chiuso la domenica;
CROMOFOBIE, percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea
a cura di Silvia Pegoraro
Pescara, EX AURUM
14 febbraio - 31 maggio 2009

Dal 14 febbraio al 31 maggio 2009 l’EX AURUM di Pescara, affascinante struttura progettata da Giovanni Michelucci negli anni Trenta, ospita la mostra “CROMOFOBIE, percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea”.
L’idea della mostra dedicata ai “Percorsi del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea” è nata dalla fascinazione esercitata sulla curatrice dal grande “Tunnel” optical di Getulio Alviani, presente all’interno dell’Ex Aurum di Pescara. Si tratta di una grande opera-ambiente, fondata su una semplicissima e complessa interazione ottico-mentale tra il bianco e il nero.
Solo per citarne alcuni: Enrico Baj, Alberto Burri, Enrico Castellani, Giuseppe Caporossi, Gino De Dominicis, Lucio Fontana, Ezio Gribaudo, Piero Manzoni, Gastone Novelli, Giuseppe Santomaso, Angelo Savelli, Mario Schifano, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato e Emilio Vedova. Non dimentichiamo Carla Accardi, Domenico Bianchi, Luigi Boille, Nicola De Maria, Omar Galliani, Jannis Kounellis, Fabio Mauri, Gianfranco Notargiacomo, Nunzio, Oliviero Rainaldi, Giuseppe Spagnulo, Marco Tirelli e Gilberto Zorio, e fra i giovani Andrea Chiesi, Paolo Grassino, Luca Pancrazzi e Gino Sabatini Odoardi.
martedì 13 gennaio 2009
HIROSHIGEIL MAESTRO DELLA NATURA
MYSTERIUM CONIUNCTIONIS & Visioni da Madmountain
MYSTERIUM CONIUNCTIONIS & Visioni da Madmountain
1973-1984
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, ROMA
In concomitanza con il Festival delle Scienze 2009, dal tema ‘L’Universo’, nell’Anno Mondiale dell’Astronomia, il 15 gennaio si inaugura in AuditoriumArte il progetto espositivo di Luca Maria Patella “Mysterium Coniunctionis & Visioni da Madmountain”.
Costruita su un nucleo centrale di 17 opere, l’installazione ambientale organizzata in collaborazione con la Fondazione Morra di Napoli e la Fondazione Musica per Roma, si amplierà con altri lavori pensati ad hoc per l’occasione e lo spazio espositivo in Auditorium.
Il Mysterium Coniunctionis è un’opera, o meglio un opus, al quale l’artista ha lavorato per vari anni (il primo inizio risale al 1973: e la conclusione (?) è del 1984) che implica la ricostruzione di rappresentazioni astronomiche e mito celesti, realizzate dal cosmografo della Serenissima Repubblica di Venezia, M. V. Coronelli, per il re Sole, nel 1693, e dedicate all’anno futuro 1700. L’intervento di Patella non è però volto alla costituzione del tradizionale globo celeste, ma propone due grandi Cupole Stellari rovesciate, o Coppe aperte dei Cieli; e anche due grandi Tele, con le rose degli Emisferi Celesti. Il tutto relazionato con i Cieli aperti, ideati dal padre Luigi Patella, cosmologo umanista.
Su due ‘Colonne gemelle’ sono disposti i due Vasa physio-nomica (il rapporto tra ‘phisys’e ‘nomos’: natura, pulsione, inconscio; e norma, cultura, coscienza): un esame attento dello stagliarsi di questi vasi classici, contro il fondo bianco del muro, o anche l’osservazione delle rispettive ombre, farà scoprire, con sorpresa, che essi sono esattamente ricavati - al tornio – dai profili fisiognomici di Luca e Rosa, la compagna dell’artista. Altri elementi completano l’insieme, quali: gli azzurri Cieli fosforescenti in cui, al buio, brillano gli astri, liberati dai legami delle Costellazioni. Il piccolo Sacellum del Tempus / Templum, che, nelle sue antine di legno, rinchiude ed apre la totalità di un altro cielo secentesco, nonché un ‘rotundum aureum’ ed alcune ‘parole cosmiche’ (con – sider- are = osservare attentamente gli astri; dis – astro; con - sol – azione, etc.). O i Bastoni tortili, che si avvitano e legano l’alto al basso, con i colori delle funzioni psicologiche.
Il Misterium Coniunctionis propone una “lettura dei Miti scritti nella profondità onirica dei Cieli, e una circolazione fra di essi”, concepita come un viaggio proiettivo nelle sfere psicologiche personale e archetipica: come un’opus ambientale in cui la dimensione immaginaria, di creatività traboccante dialettizza con la parallela formazione scientifica e psicanalitica dell’artista, nella profonda convinzione come lui stesso scrive, che “la via oggi aperta alla ricerca e all’arte sia quella di un’autentica compromissione concreta e globale, fatta di scontri, incontri, sconfinamenti, sul piano creativo, sul piano etico e su quello delle semiologie”.
Molti anni dopo un tour nei Musei di capitali europee, Londra, Bruxelles, Mannheim, Vienna e Humlebaek nell’ambito della grande mostra ‘L’Art et le Temps (regarde sur la quatrième dimension)’ del 1984 a cura di M. Baudson, il Mysterium Coniunctionis viene ora presentato finalmente anche a Roma, all’Auditorium, in occasione del Festival delle Scienze 2009.
Mostra a cura di Anna Cestelli Guidi
dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 21;
sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 21
ingresso libero
martedì 2 dicembre 2008
DE CHIRICO E IL MUSEO
Mitologia e archeologia
Il rapporto con il mondo antico, soprattutto greco, è molto radicato nell’opera di De Chirico. Egli, infatti, originario di Vòlos, capitale della Tessaglia, sente viva dentro di sé la profonda identità classica, confermata peraltro nelle sue opere. Recuperare il mito è per lui riscoprirne l’essenza e creare nuovi miti. I personaggi mitologici ci trasportano in una dimensione “metafisica”. Il mito decontestualizzato si carica di significati nuovi. Le figure mitologiche, testimonianza dell’irrazionale e della contingenza, si manifestano nell’opera d’arte come trasfigurazioni create dal genio artistico. Nei quadri di De Chirico i miti sono rappresentati nelle loro forme attribuite dalla tradizione, nella loro staticità iconografica, che però si arricchisce di dinamismi inconsueti, tesi a rappresentare il mito come un elemento comune del quotidiano. Come nel Centauro con amorino (1968-olio su tela), nel quale De Chirico fa rivivere con grande dinamismo la manifestazione della figura mitologica.
Sezione Neometafisica
Si riferisce alla produzione degli anni sessanta e settanta che riprende i temi della metafisica precedentemente affrontati. Ripetizione di temi e soggetti già rappresentati. Legandosi con il tema dell’antico(eterno?) ritorno di Nietzsche. Stando alla teoria del filosofo, infatti, “in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte”. Temi passati, dunque, che però risultano sempre originali, dipinti secondo un nuovo “studio del disegno”. Così, nel bockliniano Ritorno al castello (1969-olio su tela), De Chirico risalta la figura del cavaliere con un gioco di contrasti sconvolgente, regalando allo spettatore un disegno che, incuriosisce, coinvolge, affascina.
Copie da Antichi Maestri
A differenza delle avanguardie De Chirico guarda al passato e ritiene che il nuovo può essere espresso con un’icona antica. Preannuncia un ritorno al mestiere, alla bella pittura che permette di entrare in senso evocativo nelle cose. La copia e l’imitazione sono la grammatica della pittura: copiare significa studiare un linguaggio o una forma. Dalla copia perfetta passa al d’aprés alla citazione occulta. Nei numerosi dialoghi con il passato, con l’originale illustre, troviamo dipinti eseguiti alla maniera dei grandi artisti, cercando di rapire con fugace intuizione l’arte e la tecnica del disegno. Tentando di catturare l’essenza del modello con una imitazione intesa come vera e propria esperienza del museo. Attraverso l’arte dei grandi maestri del Rinascimento, recuperare la limpidezza del colore e la tecnica per la quale i volumi acquistano precisione e luminosità. Raffaello dunque, Tiziano e Michelangelo, del quale si sforza di eguagliare la tecnica con la Copia del Tondo Doni (1975-olio su tela-abbozzo).
La Grande Pittura
Verso gli anni Trenta De Chirico evolve verso il classicismo di Renoir con l’esaltazione dei gialli e dei rossi. Prevale in questa sezione l’interesse sia per la pittura classica che per il teatro negli autoritratti in costume. La tecnica del maestro in questi anni cambia, caratterizzandosi di pennellate ondulate e veloci. Anche lo studio del colore muta attraverso l’acquisizione di nuove, sperimentali tecniche, come quella dell’olio emplastico, una composizione di elementi emulsionanti nella quale il colore è solo il pigmento colorante. L’artista sembra abbandonare momentaneamente i nitidi tratti rinascimentali, preferendo piuttosto la tecnica fiamminga, attraverso al quale i colori acquistano solidità, risaltando per la loro matericità. I toni diventano densi, brillanti, come nell’ Autoritratto in costume del Seicento ( 1947-olio su tela).
Sezione Rubens
Qualità della materia pittorica, potenza del segno e forte impatto visivo fanno di Rubens il tema prediletto di de Chirico dopo gli anni trenta. Dopo un breve viaggio in America, De Chirico sceglie Rubens e la pittura del Seicento come nuovo punto di riferimento. Rubens come studio, modello e citazione. Il bozzetto acquista parità di importanza rispetto all’opera d’arte: un quadro altro non è che la copia accurata di un disegno, con l’ausilio del colore. Il valore di un artista non consiste in quello che fa ma in come lo fa. E’ l’inizio del periodo cosiddetto barocco, in cui De Chirico esprime apertamente la sua contrarietà all’arte Contemporanea, prediligendo un perfezionamento della ricerca tecnica e stilistica attraverso la pittura barocca.
Sezione Disegni di Studio
Il disegno e l’imitazione della pittura antica ci permettono di penetrare il segreto della pittura. Anche i titoli richiamano l’antico o i maestri del passato. In altri casi il riferimento è meno esplicito ma comunque presente. Alcuni sono disegni preparatori, altri opere finite. In questa sezione, studi e schizzi veloci tradiscono l’importanza che De Chirico attribuiva al disegno, inteso come mestiere antico e dimenticato. Un ritorno, ancora una volta, al passato, ma in chiave tecnica e quasi accademica. Gli studi sono in definitiva le sincopi dell’opera, le pratiche che permettono di penetrare il segreto più intimo della tecnica pittorica.
lunedì 1 dicembre 2008
LAWRENCE WEINER
Pioneristico artista concettuale degli anni ’60, Weiner è stato tra i primi a smaterializzare l’oggetto artistico in puro linguaggio. Attraverso caratteri di stampa eleganti ma funzionali e con monocromi d’effetto, siano essi stencil, dipinti, stampati o installati a rilievo, l’artista compone proposizioni scultoree in testi che descrivono processi, materia, relazioni. Traducendo il processo artistico in parole, Weiner comunica il senso di ogni opera senza definire nessuna delle sue qualità fisiche, rendendo così l‘opera universalmente oggettiva, accessibile, fruibile per lo spettatore. Rivolta alla circolazione di idee e significati, una singola affermazione può essere illimitatamente adattata ad una miriade di forme, dalla pittura alla pietra fino al testo di una canzone.
A Roma Weiner sviluppa un’installazione site specific per lo spazio ovale della galleria che comprende due installazioni murali di grande formato, una serie di sette disegni su carta ed un’opera a tecnica mista, anch’essa su carta. Il progetto si ispira alla storia mitologica di Roma, passata e presente, con riferimenti ai sette colli su cui e’ stata costruita la citta’ ed alla famosa tradizione romana di esprimere un desiderio lanciando una moneta nella Fontana di Trevi. Weiner utilizza prevalentemente la lingua inglese, ma qui include frasi latine divenute parte di un gergo condiviso, come il titolo della mostra “Quid Pro Quo” che indica uno scambio più o meno equo di beni o servizi.
Lawrence Weiner è nato nel Bronx nel 1942. Oltre ai primi film e video sperimentali, Weiner ha realizzato libri d’artista ed opere effimere, nonchè numerosi progetti su larga scala di arte pubblica per le città di Vancouver, Vienna, Eindhoven, New York. Tra le importanti mostre recentemente realizzate si contano quelle del Deutsche Guggenheim, Berlino (2000), del Museo Tamayo Arte Contemporaneo, Città del Messico (2004), della Tate Gallery, Londra (2006). Nel 2007 il Whitney Museum, in collaborazione con il MOCA di Los Angeles, ha organizzato la prima grande retrospettiva del lavoro di Weiner attualmente in mostra al K21 Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen Museum, Dusseldorf, fino a gennaio 2009. L’artista vive e lavora tra New York ed Amsterdam.
La mostra sara' accompagnata da un catalogo con un saggio di Kira van Lil.
lunedì 10 novembre 2008
CREARE
La Galleria d’Arte Via Metastasio 15 propone per il mese di novembre una serie di appuntamenti dedicati all’artigianato e alle arti applicate.
Da Giovedì 6 a Sabato 22 Dicembre in esposizione la collezione AQA contemporary opals creazioni in opale ad opera di Sergio e Stefano Spivach.
Collane, ad opera di Anna Palmidoro
Sergio e Stefano Spivach, ideatori del progetto AQA contemporary opals, sono tagliatori di opali dal 1990 nell'azienda Spivach & Spivach Opals.
AQA contemporary opals ridà valore al tempo, attraverso il rispetto per il lavoro manuale e per l'idea che permette all'uomo di trasformare la materia in gioiello. Gli opali vengono pensati come soggetti/strutture per un gioiello nel quale viene inserito poi il metallo, veicolo grazie al quale AQA si arricchisce delle capacità e dell'arte di chi lo plasma. Il grezzo d'opale viene selezionato per lo scopo finale, quello cioè di suscitare emozioni. L'interpretazione dell'opale viene fatta secondo delle linee guida presenti nella pietra stessa dove il soggetto è in continua evoluzione secondo le forme che emergono durante il percorso creativo.
Alcuni opali richiamano la pietra piegata, altri echeggiano emozioni colte nel tempo, altri ancora sorprendono per la loro “liquidità” dove l'idea di partenza può essere modificata e riproposta. Sergio e Stefano Spivach partecipano come vincitori del premio della giuria alla Fiera annuale KARA Les journées des Joailliers Créateurs 2008 di Parigi presso il Carroussel du Louvre dal 21 al 23 novembre 2008.
Anna Palmidoro presenta una serie di collane scultura dalle monumentali dimensioni, “memorie infilate con passione culturale” come sottolinea Bianca Maria Spironello fotografa, pittrice e poetessa che ha presentato la mostra della scultrice Palmidoro presso la Galleria Comunale di Spoleto a maggio del 2008 con la mostra adornare.
Anna Palmidoro trasferisce la sua capacità scultorea nella ricerca delle forme e delle proporzioni ad una serie di collane che abbracciano il corpo come abiti tintinnanti dalle molteplici sfumature cromatiche. Perle, conchiglie e antichi coralli si alternano ad inserti in oro e in argento pazientemente infilati su metri di filo per comporre collane che riecheggiano atmosfere fiabesche e incantate.
giorgia simoncelli
mostra visitata il 6 novembre 2008
Creare via metastasio 15 art Gallery & Store via metastasio, 15 00186 Roma
orari: martedì/sabato dalle 10.30 alle 19.00 lunedì dalle 15.30 alle 19.00
tel: +39 06 6871380 fax:+39 06 6871380
inaugurazione: giovedì 6 novembre ore 18.00
periodo: 6 novembre - 6 dicembre 2008
info@viametastasio15.it http://www.viametastasio15.it/
giovedì 6 novembre 2008
PIERO GUCCIONE
Roma – Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea
Dal 4 Dicembre 2008 al 25 Gennaio 2009
Conferenza stampa 4 dicembre 2008 ore 12.00
Inaugurazione 4 dicembre 2008 ore 18.30
La Galleria nazionale d’arte moderna di Roma presenta, dal 4 dicembre 2008 al 25 gennaio 2009, la mostra “Piero Guccione”. Nonostante l’attenzione di scrittori quali Alberto Moravia, Giorgio Soavi, Tahar Ben Jelloun, che in gallerie private della Capitale (l'esordio di Guccione ebbe luogo proprio a Roma nel 1960) hanno accolto la sua opera, questa è la prima volta che la Roma ufficiale dedica al maestro siciliano una grande esposizione antologica, dove l’arco della sua produzione viene ripercorso attraverso più di cento opere, provenienti da collezioni pubbliche e private. La mostra, organizzata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea e dal Cigno GG Edizioni, propone nel nucleo centrale i lavori esposti da luglio a settembre 2008 a Palazzo Reale di Milano, cui si aggiungono numerose opere che documentano i vari aspetti della poliedrica attività dell’artista.
Le opere esposte alla GNAM di Roma, realizzate con varie tecniche, dall’olio su tela al pastello su carta e alle tecniche miste, dimostrano la continua originalità dell’arte di Piero Guccione. Considerato uno dei principali esponenti della figurazione contemporanea, nel corso degli anni ha continuato lucidamente la propria ricerca che ha come punto di partenza e d’arrivo la natura, sempre più minacciata dalla volgarità e dal consumismo della civiltà industriale.
In mostra a Roma vi sono opere che illustrano i vari momenti della singolare esperienza artistica di Piero Guccione. Dalle prime tele che ritraggono oggetti e contesti della vita quotidiana, come lo Studio per televisore, Giardino sul muro giallo, Balcone, tutti del 1965, a Luna d’agosto (2005), Linea azzurra (2006), Luce meridiana (2007) e Cielo e mare (2008). Vi sono i pastelli su carta del Dopo il vento d’Occidente e quelli Per Tristano e Isotta. Non mancano i D’après che Maurizio Calvesi definisce “gli esempi forse più emozionanti della capacità di un artista contemporaneo di far proprie immagini di sommi maestri di ogni tempo, senza violentarle, né snaturarle; ma senza perdere alcun tratto della propria identità espressiva…”.
La mostra si snoda attraverso il racconto degli scrittori, editori, poeti, collezionisti, artisti che hanno scritto di lui, da Leonardo Sciascia a Dino Buzzati, da Renato Guttuso a Gesualdo Bufalino. Delle immagini immergono il visitatore nell’universo di Guccione, dove appunto si può confrontare il suo mondo con le sue opere.
La mostra, che ha come commissario interno della Galleria nazionale d’arte moderna la Dott.ssa Carla Michelli, è divisa in varie sezioni; straordinaria è quella sul lavoro grafico, essendo Guccione l’autore delle illustrazioni per il primo - e unico - volume di Galileo Galilei stampato con la prefazione di un pontefice: Giovanni Paolo II.
Il catalogo della mostra, edito dalla casa editrice Il Cigno GG Edizioni, contiene i testi critici di Vittorio Sgarbi e Maurizio Calvesi, insieme a testimonianze sull’opera di Guccione di numerosi protagonisti del mondo artistico e culturale contemporaneo.
Napoli 1836
Galleria nazionale d’arte moderna
Napoli 1836
Le stanze della regina madre
Inaugurazione giovedì 20 novembre 2008 – ore 18.30
Apertura al pubblico dal 21 novembre 2008 al 29 marzo 2009
Nella collezione della casa museo di Mario Praz è esposto un dipinto di Vincenzo Abbati (Napoli 1803-1866) che rappresenta Maria Isabella di Borbone, Infanta di Spagna, vedova di Francesco I Re delle due Sicilie e madre di Ferdinando II. Il dipinto la mostra in uno dei salotti della sua Villa a Capodimonte, Villa Gallo poi Del Balzo, nell’anno 1836. Rimasta vedova nel 1830 Isabella ha acquistato nel 1831 questa Villa e ne ha affidato il completamento all’architetto Antonio Niccolini, che già nel 1809 vi aveva eseguito dei lavori per il Duca del Gallo. Il salotto, in cui viene ritratta, è arredato con eleganti mobili di produzione napoletana in acero filettato di amaranto, un gran tappeto Aubusson con le cifre della regina, ed alle pareti molti dipinti, vedute e paesaggi, stampe e miniature. Tre anni dopo, nel 1839, Isabella convolerà a nuove nozze con il Conte Francesco Del Balzo, e questi a sua volta rimasto vedovo nel 1848 dell’ex regina, maggiore di lui di 14 anni, contrarrà a sua volta un secondo matrimonio. Presso le famiglie dei discendenti del Del Balzo è stato possibile recuperare la maggior parte degli arredi raffigurati nel dipinto, che elencati nell’inventario allegato al testamento di Francesco del Balzo del 1857, ne hanno seguito le vicende ereditarie .
Tra questi arredi spicca il bel tavolo col piano intarsiato in pietre laviche di Giovan Battista Calì, della celebre famiglia di artisti catanesi, già esposto alla grande Mostra dell’Ottocento napoletano, nel 1997, la veduta della Vicaria di Gonsalvo Carelli acquistata nel 1833 dalla stessa Isabella alla mostra biennale presso il Real Museo Borbonico, e due paesaggi raffiguranti la Villa all’epoca in cui era abitata dalla regina.
La possibilità di accostare al dipinto dell’Abbati gran parte dei mobili e degli arredi in esso riprodotto, grazie alla disponibilità dei discendenti del Del Balzo, ci consente di ricostruire nella saletta espositiva del museo Praz uno di quegli ambienti di gusto tipicamente prazziano dove il limite tra la realtà e la sua riproduzione sembra annullarsi in un gioco di rimandi speculari, analogo a quello istituito dallo stesso Praz in molti degli ambienti della sua stessa casa, con i dipinti e gli oggetti in essa conservati.
Isabella Infanta di Spagna fu a sua volta lei stessa pittrice, la troviamo inscritta come Accademica d’Onore nel 1802 negli Elenchi della Reale Accademia di San Ferdinando a Madrid, ed alcune delle sue piacevolissime vedute verranno esposte in questa occasione, provenienti non solo dagli eredi Del Balzo ma anche dalle Collezioni delle Dimore Reali napoletane.
La mostra, che gode del Patrocinio della Reale Accademia di Spagna a Roma, è sponsorizzata dai Bettoja Hotels, Progress Assicurazioni, Arteria Trasporti d’Arte e SOLUM S.c.n. di Roberto Lucifero. Il 20 novembre, in occasione dell’inaugurazione verranno offerti Aglianico dell’Azienda Agricola di Marzo di Tufo e cioccolatini Gay Odin.
MUSEO MARIO PRAZ
Via Zanardelli 1, 00196 Roma
Tel. e fax: 06.6861089
Orario: da martedì a domenica 9.00 – 13.00 /
14:30 – 18:30; lunedì 14.30 – 18.30
e-mail: museopraz@museopraz.191.it
mercoledì 29 ottobre 2008
PRIMO PIANO
FRANCESCA LEONE a PALAZZO VENEZIA
“Primo Piano”
Inaugurazione giovedì 4 dicembre 2008 - Roma-08_tecnica_mista_su_tela.jpg)
Si inaugura a Roma giovedì 4 dicembre alle 19, nell’elegante Sala del Refettorio di Palazzo Venezia, Primo Piano, la mostra personale di Francesca Leone curata dal Prof. Claudio Strinati, Soprintendente al Polo Museale Romano e testo critico di Lorenzo Canova.
L’artista, una delle pittrici più interessanti del panorama italiano, invitata a marzo del 2009 ad esporre a Napoli nella suggestiva cornice del Castel dell’Ovo, a giugno nel prestigiosissimo MMOMA (Museum of Modern Art di Mosca), per giungere in autunno alla Galleria Valentina Moncada di Roma, è esponente della rinascita della pittura figurativa, fortemente ancorata al mondo contemporaneo.
Cresciuta in una famiglia di artisti, Francesca Leone inizia il suo percorso pittorico avendo respirato un’atmosfera culturale e familiare molto intensa, vivendo da vicino la realizzazione di importanti capolavori cinematografici del padre Sergio.
Il titolo della mostra evoca una doppia lettura, sia in senso propriamente artistico che esistenziale. Lo sguardo della pittrice, infatti, si focalizza non solo sul volto e sul primo piano in genere, inteso come fonte ispiratrice e destinatario della sua sensibilità stilistica, ma anche sulla realtà estremamente veloce e sfuggente di oggi, di cui cerca di coglierne l’istante e fissarlo in modo indelebile. L’esposizione prende spunto dal mondo contemporaneo e si sviluppa fondamentalmente sui grandi ritratti delle personalità che hanno contribuito in modo determinante nel cercare di portare armonia e pace nel mondo: Martin Luther King, Mahatma Gandhi, A. San Suu K. Ispirazione che si riversa anche sulle figure mistiche dei monaci tibetani. Tema importante quest’ultimo, richiamato in diverse suggestive tele. A tal proposito scrive Francesco Scorzone in una bella recensione, dopo la personale di maggio scorso al Loggiato di San Bartolomeo a Palermo: “I ritratti di Martin Luther King, Mahatma Gandhi, A.San Suu K. e il gruppo di monaci tibetani, intenti nella preghiera, hanno in comune quella capacità della rivolta silenziosa senza il ricorso alla violenza, l’amore per il prossimo. Sono i profeti armati, ora dalla parola ora dal silenzio e sono coloro dai quali bisognerebbe prendere esempio per tentare un qualsiasi cambiamento della società”.
Importanti le valutazioni critiche di Claudio Strinati curatore della mostra a Palazzo Venezia: Il “primo piano” di cui parla, già nel titolo, la mostra attuale, è da un lato il primo piano delle singole figure ma anche il primo piano della nostra attenzione che l’ artista vuole coinvolgere con tutto il peso della materia pittorica, viva e palpitante anche se delicatamente lavorata e calata sulla tela con una leggerezza che non contrasta mai con la efficacissima energia della formulazione finale dell’ immagine”.
Lorenzo Canova, infine, autore del testo critico, riflettendo ancora sulle tematiche care all’artista aggiunge: “particolarmente importante la scelta dell’artista di costruire il suo “programma iconografico” intorno a temi così urgenti e significativi che però, se trattati in modo inopportuno rischierebbero di scadere in un mediocre appello a generici, presunti buoni sentimenti collettivi. Francesca Leone evita invece questo rischio attraverso una visione sintetica dove l’angoscia e la protesta sono rafforzate dalla scelta di non rappresentare direttamente la violenza e il sopruso ma di affidare alle figure dei monaci il compito di arricchire il messaggio simbolico dell’installazione insieme ai volti di coloro che hanno voluto resistere lottando per la pace e i diritti umani…”.
FRANCESCA LEONE – “PRIMO PIANO”
PALAZZO VENEZIA – Sala del Refettorio - Via del Plebiscito 118
Dal 5 dicembre 2008 al 6 gennaio 2009 - Ingresso gratuito
L’orario della mostra è dalle 9 alle 19. Chiuso il lunedì.
Ufficio Stampa di Francesca Leone - 06.3236078 – 335.7444219 – info@equa.it
Organizzazione a cura di Gianpaolo Brun – 331.2647424
mercoledì 8 ottobre 2008
IL MAESTRO THEOCHARAKIS PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA
Inaugura venerdì 21 novembre alle 19 la retrospettiva di Basil Theocharakis PITTURA: 1952 – 2008. Negli spazi espositivi del prestigioso Palazzo Venezia di Roma verranno presentate, per la prima volta in Italia, circa 200 opere del grande maestro greco, rappresentative del suo percorso artistico e capaci di rivelare l’originalità del suo idioma pittorico.
Prosegue Strinati: “Theocharakis nutre un amore profondo per il mare, e ne raffigura i fondali e la superficie come se si trattassero di un organismo vivente, cui l’artista anela e su cui egli desidera che puntiamo la nostra attenzione; il mare è quasi un amico, con il quale sussiste un dialogo incessante giammai turbato da fraintendimenti o da sentimenti negativi. In questo modo, la mano dell’artista viaggia sul quadro con freschezza assoluta e disponibilità a registrare gli stimoli offerti dalla vista. In certi punti del quadro, la pennellata si addensa, si compone e si decompone come se fosse stata colta da un vero e proprio sacro furore volto alla conquista delle forme e della loro essenza reale. In altri punti la pennellata si fa più morbida fin quasi a scomparire, ma anche in questo caso traspare la percezione etica dell’artista che non crea il quadro per idealizzare gli oggetti ma per coglierne l’essenza recondita, che inevitabilmente giova al nostro equilibrio spirituale e alla nostra indagine, conscia o inconscia, volta alla gioia del pensiero, che preannuncia sempre una grande soddisfazione per tutti coloro in grado di esercitarlo davvero”.
Theocharakis. Pittura 1952-2008 contenente le opere più rappresentative del cinquantennale percorso artistico di Theocharakis e con i testi di Claudio Strinati, Ànghelos Delivoriàs, Chrìsanthos Christu, Μarina Lambraki-Plaka, S.S. il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, Meri Michailidu, Claude Maulard, Dora Iliopulu-Rogan, Dimitris Papastamos, Νelli Misirlì, Charis Kamburidis, Τakis Mavrotàs, Sania Papà e Gerard Xuriguera.
Theocharakis. Αcquarelli 1990-2008 contenente gli acquarelli più rappresentativi, ispirati alla natura greca, con i testi di Miltiadis Papanikolau, Μarina Lambraki-Plaka, Νelli Misirlì e Dora Iliopulu-Rogan.
lunedì 29 settembre 2008
FESTIVITA’ SANT’EUSTACHIO 20 SETTEMBRE 2008
BASILICA DI SANT’EUSTACHIO IN CAMPO MARZIO 20 settembre 2008
GALLERIA VIA METASTASIO 15 – ARTISTA: SIDIVAL FILA – fino al 31 ottobre 2008

La storia del Santo è tramandata da varie leggende che sottolineano la centralità della conversione alla fede cristiana dell’uomo e della sua famiglia.
Placido, così si chiamava prima della conversione, nacque verso la metà del primo secolo dopo Cristo. Nobile patrizio romano, dedito all’arte delle armi, raggiunse nell’esercito romano l’elevato grado di magister militum e, in quanto tale, venne chiamato dall’imperatore Traiano al comando di una legione inviata per operazioni militari in Asia minore dove si distinse per il suo eroismo.
Secondo la leggenda, durante una battuta di caccia, Placido vide brillare tra le corna di un cervo, una croce: profondamente colpito si convertì e con lui aderirono al cristianesimo la moglie Teopista e i figli Teopisto e Agapito e tutta la famiglia ricevette il battesimo. Placido, in quell’occasione prese il nome di Eustachio.
Colpito da sventura, probabilmente a causa delle gravi difficoltà alle quali l’intera famiglia dovette far fronte in seguito alla conversione, Eustachio perse tutti i suoi beni e fu costretto ad abbandonare Roma, rifugiandosi in Egitto, dove gli vennero rapiti anche moglie e figli.
Trascorsi alcuni anni, essendosi riaccesi i problemi di potere in Asia minore, l’imperatore Traiano fece cercare l’eroico generale perché combattesse nuovamente a capo delle milizie romane. Eustachio riprese il comando e riportò splendide vittorie, tanto da essere accolto in trionfo a Roma, dove ritrovò, con sua grande gioia, i familiari dispersi. Ma il successore di Traiano, l’imperatore Adriano, di fronte alle accuse che venivano rivolte a Eustachio di essere cristiano, gli ordinò di offrire un sacrificio agli dei di Roma. Al suo rifiuto lo condannò, insieme con la moglie e i figli, al supplizio della morte all’interno di un contenitore di metallo arroventato a forma di toro.Le spoglie del santo sono custodite, tuttora, in un sarcofago di porfido, posto sotto l’altare maggiore della basilica, mentre parte delle reliquie sono conservate nella chiesa parrocchiale di St-Eustache a Parigi.
Il ripristino della Festività di Sant’Eustachio è stato fortemente voluto dal Rettore della Basilica Monsignor Antonio Menegaldo e dalla Consigliera alle Relazioni Esterne per il Sindaco di Roma Valeria Mangani a cui si è unito l’impegno della Galleria Via Metastasio 15 che per l’occasione ha presentato le opere dell’artista brasiliano Fra Sidival Fila, esposte in contemporanea anche nella sala della Galleria fino al 31 Ottobre.
L’evento sottolinea il desiderio della comunità romana di dare nuovo valore alle antiche tradizioni di Roma riproponendo l’importanza culturale e sociale delle feste rionali in cui ente politico ed ente religioso trovano un nuovo momento d’incontro. Momento culminante dell’evento è stata infatti la consegna da parte del Vicesindaco di Roma Mauro Cutrufo del calice eucaristico al Rettore della Basilica di Sant’Eustachio.
All’iniziativa realizzata da Bianca Alfonsi, Alessia Montani e Umberto Ciauri hanno aderito il Gruppo SFIR, l’antico Caffè Sant’Eustachio, Michele di Rienzo al Pantheon e la Cantina di vini Camponeschi; con la collaborazione della MORorg srl.
Fra Sidival Fila
Nasce in Brasile nel 1962 nello stato del Paranà. Nel 1985 si trasferisce in Italia dove entra a far parte della famiglia religiosa dei frati minori di San Francesco d’Assisi. La sua produzione artistica propone il recupero di diversi materiali poveri come base per la realizzazione di quadri scultura di notevoli dimensioni. Legno, ferro, carta, vecchi tessuti e materiali sono accostati ai colori rispettando un voluto rigore compositivo e formale. Su ogni opera è possibile ritrovare il connubio tra materiale e spirituale: alla forza espressiva dei materiali si aggiunge infatti la relazione con la luce atmosferica che vi trasferisce infinite vibrazioni. Ogni tela diventa la ricerca di un equilibrio, lo spirito e il corpo racchiusi all’interno di carta, metallo, legno, vecchie tele, acrilici e foglia d’oro.
Nel 2007 ha esposto la sua prima mostra personale nel convento di S. Bonaventura di Frascati.
Nel 2008 ha partecipato con la Galleria Via Metastasio 15 al Festival dei due Mondi di Spoleto.
Giorgia Simoncelli
martedì 16 settembre 2008
Georges Seurat, Paul Signac e i neoimpressionisti
Apre a Milano la prima grande retrospettiva realizzata in Italia e dedicata al neoimpressionismo, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e promossa dal Comune di Milano – Cultura. Con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero degli Affari Esteri, della Regione Lombardia, della Provincia di Milano, dell’Ambasciata di Francia in Italia e con la partecipazione del Musée d'Orsay, la mostra è prodotta da Palazzo Reale e da Arthemisia.
A cura della studiosa francese Marina Ferretti Bocquillon, "Chargée de Mission" al Musée d'Orsay di Parigi e con importanti incarichi museali in Francia, la mostra s’incentra sulle figure di Georges Seurat e Paul Signac, presentando una scelta di loro straordinari dipinti provenienti dai più importanti musei del mondo (tra cui il Musée d'Orsay di Parigi, il Metropolitan e il Guggenheim Museum di New York) ed è pensata per far scoprire al pubblico le due personalità artistiche nel rispettivo ruolo e nel fondamentale contributo che diedero alla nascita e allo sviluppo del neoimpressionismo, diffusosi rapidamente soprattutto in Francia ed in Belgio.
La storia del neoimpressionismo inizia nel 1884, quando i due artisti si incontrano per la prima volta, e la mostra evidenzia la loro evoluzione fino alla nascita del movimento, durante l’inverno 1885-86.
La Seine à Courbevoie è l’opera dipinta da Seurat nel momento in cui le sue ricerche segnano un vero e proprio traguardo artistico, dopo i numerosi studi eseguiti nell’isola della “Grande Jatte”. Ed è proprio in quel momento che il pittore mette in pratica il principio fondamentale della divisione del colore, secondo il quale, ponendo sulla tela piccoli tocchi di colori puri, viene lasciata alla retina dello spettatore il compito di operare, in una visione a distanza, la mescolanza dei toni cromatici.
Il neoimpressionismo è nato e la nuova tecnica, applicata con più o meno rigore, conosce un’ampia diffusione fino alla morte di Seurat nel 1891. Durante gli ultimi venti anni del movimento, dal 1891 al 1910, è soprattutto sotto l’impulso di Signac che la tecnica neoimpressionista si libera maggiormente ed evolve verso un’espressione sempre più intensa del colore.
Il percorso della mostra è organizzato secondo uno sviluppo tematico in sette sezioni che colloca le opere nel loro contesto storico, e offre altresì una coerenza cronologica che consente di seguire l’evoluzione stilistica del neoimpressionismo. Inoltre, un’opera italiana, divisionista o prefuturista (tra cui dipinti di Balla, Previati, Russolo, Longoni), completa ogni sezione in cui è diviso il percorso, per sottolineare la confluenza degli interessi artistici europei durante quel periodo, particolarmente ricco d’innovazioni estetiche.
Sezioni della mostra:
1 - Seurat e Signac prima del neoimpressionismo
Di formazione e temperamento opposti, Seurat e Signac si conoscono nel 1884 durante la prima mostra del gruppo degli “Artistes Indépendants” a Parigi. Georges Seurat (1859-1891) ha ventiquattro anni e cerca leggi sicure che regolino il concetto di bellezza in quanto ai suoi occhi “l’arte è armonia”.
È l’anno in cui Seurat, formatosi all’Ecole des Beaux-Arts, espone la sua prima grande composizione Une baignade. Asnières (1884, Londra, National Gallery), nella quale conferisce ad una scena di vita moderna le dimensioni di un quadro storico. Le opere del giovane Seurat si distinguono subito per una geometria insistente, e negli studi si può notare, sin dal 1882-83, una “mise en place” dai tocchi regolari come in Paysan à la houe (1882) e Paysannes au travail (1882-83) (entrambi dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York), che rendono uniforme e unitaria l’insieme della superficie.
Paul Signac (1863-1935) ha vent’anni e dipinge da autodidatta, dopo essere rimasto affascinato da una mostra di Monet, per cui molto presto assimila la tecnica impressionista. La libertà offerta dal lavoro “en plein air”, l’amore per una luce ed un colore scintillanti, corrispondono alla sua sensibilità. Tutto ciò però non gli impedisce di privilegiare, come Seurat, le composizioni frontali e ben orchestrate che limitano gli effetti prospettici ed affermano la superficie della tela. Tanto Seurat è riservato, quanto Signac è estroverso e preso dalla passione per il colore. Sicché toccherà a lui, chiamato ben presto il “San Paulo” del neoimpressionismo, diffondere e divulgare la teoria della divisione dei toni.
Nonostante le differenze, i due artisti, divenuti amici, condividono il gusto del rigore, della modernità e soprattutto l’ambizione di essere innovativi. Vogliono essere obiettivi scegliendo di descrivere il mondo moderno, secondo il linguaggio che gli è proprio ovvero nuovo e scientificamente all’avanguardia. Si interessano quindi ai trattati di ottica ed allo studio della percezione dei colori.
2 - Periferie
Nel corso della seconda metà del XIX secolo, Parigi, come la maggiore parte delle grandi città europee, si espande e nella periferia i neonati quartieri residenziali confinano con le zone industriali. Questo nuovo paesaggio fa si che i parigini ricerchino nuovi svaghi sulle rive della Senna.
Appassionato di vela, Signac, scopre ad Asnières, dove vive la madre, contemporaneamente le gioie della navigazione e quelle della pittura “en plein air”. Sempre ad Asnières, Seurat inizia nel 1883 la sua prima composizione: Une baignade. Poco lontano si trova l’isola della Grande Jatte, dove i parigini si recano a passeggiare, ed è questo il luogo che l’artista sceglie per dipingere il quadro considerato l’icona del neoimpressionismo, Un dimanche après-midi à l’île de la Grande Jatte (1884-86, Art Institute of Chicago). Iniziato nel 1884, il quadro viene ripreso e modificato da Seurat, nel corso dell’inverno 1885-1886, raggiungendo una divisione sistematica dei toni.
Signac non perde tempo e subito dopo, nel marzo-aprile 1886, dipinge Les Gazomètres de Clichy, (Melbourne, National Gallery of Victoria) il suo primo paesaggio rigidamente neoimpressionista. Nel maggio 1886, espongono quindi entrambi, con Camille e Lucien Pissarro all’ottava ed ultima esposizione impressionista, presentando le loro prime opere “neoimpressioniste” intorno a Un dimanche après-midi à l’île de la Grande Jatte. Rapidamente il neoimpressionismo si diffonde in Francia e in Belgio, con sempre più numerosi emuli, sedotti, se non dalla portata scientifica, sicuramente dalla novità del procedimento.
3 - Le stagioni e i lavori
I giovani pittori neoimpressionisti hanno ereditato dai fratelli maggiori impressionisti un gusto spiccato per l’analisi e la traduzione della luce dell’Ile de France. Spesso privi di presenze umane, i paesaggi di Camille Pissarro, d’Albert Dubois-Pillet e di Henri Edmond Cross, dei belgi Henry van de Velde o Théo van Rysselberghe e dell’olandese Jan Toorop, si organizzano secondo una geometria semplice in cui lo studio della luce diventa il vero e proprio soggetto del quadro. Queste tele esprimono una poesia distaccata, quasi astratta, e possono riassumersi in un’armonia cromatica più o meno sfumata secondo il temperamento dell’artista. Significativi in tal senso Briqueterie Delafolie à Eragny (1888) di Pissarro e Paysage avec maronnier (1889, Dordrechts Museum) di Toorop.
Tuttavia, nelle opere di alcuni pittori appare una preoccupazione d’ordine sociale: il belga Costantin Meunier è un precursore in questo campo, seguito da Georges Morren, e in Francia, da Maximilien Luce che diventa il poeta del mondo operaio.
4 – Seurat, Signac: marine
Grazie allo sviluppo della ferrovia, i parigini scoprono il fascino delle spiagge normanne e bretoni. Come Monet, anche Seurat e Signac trascorrono di solito l’estate in riva al mare e se nei mesi invernali, Seurat nel suo atelier si dedica alle grandi composizioni che chiama “Immagini di lotta”, in estate lavora alle Marine.
Marine che sono spesso un puro studio di linee e di colore e che costituiscono un punto fra i più alti dell’arte di Seurat e Signac. Entrambi danno libero corso alla passione per l’analisi della luce e allo sviluppo degli accordi cromatici particolarmente raffinati, in cui la piccola pennellata fa vibrare la superficie della tela come in Port-en-Bessin, avant port, marée haute del 1888 (Parigi, Musée d’Orsay) e in Le chenal de Gravelines: un soir (1890, New York, The Museum of Modern Art) di Seurat. La purezza formale di queste immagini conferisce loro una poesia quasi musicale e, infatti, non contento di attribuire ai suoi quadri un numero “d’opus”, Signac li ha spesso sotto-titolati evocando il ritmo di una partitura, come “l’allegro maestoso” di Concarneau: Calme du soir (New York, The Metropolitan Museum of Art, Lehman Collection).
5 - La città
La Parigi di fine Ottocento è un immenso cantiere. Dopo aver visto il tessuto urbano rimodellato dal prefetto Haussmann, i parigini assistono al completamento della ristrutturazione delle Halles e alla costruzione della Tour Eiffel.
Ma, per gli artisti, Parigi evoca principalmente l’atelier, quello in cui le modelle posano e dove sono elaborate le composizioni più ambiziose perché i pittori neoimpressionisti hanno un approccio del tutto diverso da quello impressionista. Tramite disegni, studi dipinti e schizzi procedono con un lavoro progressivo, riannodando così con le tradizioni della pittura classica.
Parigi è comunque un luogo di svaghi e di ritrovi e gli artisti s’incontrano nei caffè, frequentano locali notturni ed assistono a spettacoli alla moda: il circo, il cabaret e soprattutto il “Can-can”, come testimoniano i due più importanti studi di Seurat, eccezionalmente in mostra, Studio per Le Chahut, 1889-90 (London, Courtauld Institute of Art) e Le Chahut Etude, 1889 (Buffalo, Albright-Knox Art Gallery) mentre Louis Hayet dipinge per esempio, e sono anch’essi in mostra, Au café e La Halle aux blés.
Di notte poi, l’illuminazione a gas dà un nuovo viso alla capitale e il pittore Angrand è il primo a studiarne gli effetti, mentre la poesia notturna delle grandi città con i lampioni accesi seduce particolarmente Maximilien Luce, di cui vediamo Quai de l'Ecole. Paris le soir del 1889. La città è infine il luogo delle mostre, tuttavia i giovani pittori rifiutano di sottoporre le loro opere alla Commissione del “Salon Officiel (esposizione annuale che si teneva nella Parigi ottocentesca i cui organizzatori controllavano l’intero settore artistico) ed espongono in alternativa sia al “Salon des Artistes Indépendants” di Parigi sia al “Cercle des XX” di Bruxelles.
6 - Ritratti
La figura umana è il soggetto più rappresentato nella storia della pittura occidentale. I pittori neoimpressionisti affrontano questo tema sia nelle loro grandi composizioni sia nei numerosi ritratti, per lo più dei loro familiari: Héloïse Signac, madre dell’artista, è ritratta nella La Salle à manger (1886-87), di cui è esposto un mirabile studio, e vediamo la sua compagna, Berthe Roblès, in Femme sous la lampe (Parigi, Musée d'Orsay) e in Femme se coiffant. Lucien Pissaro dipinge il giovane fratello Georges al lavoro, come si vede ne L'Atelier de l'artiste. Portrait de son frère (1887, Indianapolis Museum of Art). AncheThéo Van Rysselberghe ci ha lasciato numerosi ritratti, tra cui, splendidi, quelli della figlia Elisabeth e dell’amico Emile Verhaeren (1892, Bruxelles, Bibliothèque Royale de Belgique), poeta e difensore della causa neoimpressionista. Georges Lemmen ci ha consegnato invece, da ammirare ora in mostra, il meraviglioso dipinto delle piccole Serruys, Les Soeurs Serruys (1894, Indianapolis Museum of Art) sorelle della sua allieva, la pittrice Yvonne Serruys.
7 - Dopo Seurat: marine
Dopo la morte di Seurat nel 1891, Signac è a capo del neoimpressionismo. Lo stesso anno, Cross si stabilisce nel Sud della Francia dove vive come un eremita a Cabasson. Nel 1892 Signac scopre intanto Saint Tropez e decide di trascorrervi parte dell’anno e viene qui raggiunto da numerosi amici.
La sua tecnica evolve nel giro di qualche anno verso una maggiore libertà: nel 1895 il tocco si espande ed il colore viene rafforzato. Le sue opere assumono la forma di mosaici e guadagno in forza e in semplicità; Saint-Tropez. L'orage (1895, L’Annonciade, Musée de Saint-Tropez), qui esposto, ne è un chiaro esempio. D’altro canto, sia Clocher de Saint-Tropez (1896, Toulouse, Fondation Bemberg), sia la furia colorata del bellissimo Voiles et pins (1896) sono testimoni di questa evoluzione: lo studio del colore puro primeggia sull’analisi della luce ed annuncia oramai il Fauvismo. Nel 1899, Signac pubblica il volume D’Eugène Delacroix au néo-impressionnisme che spiega gli elementi propulsivi della tecnica divisionista e li integra in una prospettiva storica. Questo trattato (presente in mostra), tradotto in tedesco e spesso ripubblicato, sarà letto ed avrà un grande impatto su un’intera generazione di pittori con la passione per i colori e per le teorie estetiche, tra cui in particolare Wassily Kandinsky. Matisse soggiorna a Saint Tropez nel 1904 e pratica, seppur per poco tempo, la divisione dei toni e lo stesso anno Mondrian lavora presso Toorop a Domburg nei Paesi Bassi.
A Parigi, Balla (in mostra Agave sul mare del 1905) e Severini s’interessano anch’essi, affascinati, alla teoria e alla tecnica della divisione e del colore puro. Alla morte di Cross nel 1910, Signac rimane l’ultimo rappresentante del primo neoimpressionismo. Dipinge d’ora in poi sempre meno ad olio e pratica sempre più la tecnica dell’acquarello. Una nuova storia inizia, quella delle avanguardie del XX secolo.
La fotografia del colore e la teoria del colore
Nel percorso della mostra, due sezioni specifiche sono dedicate rispettivamente alla fotografia a colori, a cura di Silvana Turzio, e all’approfondimento delle teorie del colore, a cura di Francesca Valan.
Fin dal 1860 alcuni fotografi sperimentatori si ispirano alla “miscela ottica” e alla teoria del “contrasto simultaneo”, studiati da Eugène Chevreul, individuando soluzioni interessanti, ma occorre aspettare l’inizio del Novecento perché si concretizzi il sogno della “fotografia del colore”: l’autocromia, messa a punto dai fratelli Lumière. Le straordinarie autocromie esposte in questa sezione, provenienti dalla collezione della Société française de photographie, sono state scelte tra quelle prodotte nei primissimi anni della loro diffusione e tra quelle che più si avvicinano ai quadri neoimpressionisti sia per i soggetti che per la ricerca estetica.
Nella sezione dedicata alle teorie del colore è possibile invece realizzare veri e propri esperimenti visivi ideati e documentati dallo stesso Chevreul; esercizi che aiutano a "vedere" le vibrazioni luminose e a capire la ricerca dei neoimpressionisti. Alcuni esperimenti visivi si possono altresì effettuare lungo il percorso della mostra, di fronte ai quadri, in modo da comprendere a fondo la tecnica dei pigmenti puri composti direttamente sulla tela e i diversi stili di pennellata. Al termine del percorso, ogni visitatore potrà altresì partecipare alla divertente interpretazione collettiva del grande capolavoro di Seurat Un dimanche après-midi à l’île de la Grande Jatte, posando sulla traccia grafica del dipinto un pallino adesivo colorato ovvero il proprio "puntino" cromatico.
Catalogo Skira
Giovedì 9 ottobre 2008
Vernice stampa - conferenza stampa presso la Sala delle Otto Colonne ore 11.30
Inaugurazione ore 18.30
Palazzo Reale, Piazza Duomo 12, Milano
mercoledì 10 settembre 2008
ANTONIO DEL DONNO
Margutta RistorArte, Via Margutta 118 - Roma
lunedì 1 settembre 2008
A ROMA LA PRIMA MOSTRA AL MONDO SU CESARE
Dal 24 ottobre 2008 al 05 aprile 2009 è in programma, la prima mostra mai realizzata in Italia e nel mondo attorno alla figura del protagonista assoluto dell'antica Roma Giulio Cesare (ca. 100 - 44 a.C.), il primo "dittatore", artefice indiscusso della grandezza del futuro impero romano di cui sarà principe, non a caso, il figlio adottivo Ottaviano, primo "Cesare Augusto".
Di Cesare le cronache abbondano di notizie, fin dai tempi che lo videro affacciarsi sul palcoscenico politico dell'Urbe e poi intrepido comandante dell'esercito romano, con cui riportò clamorose vittorie ed annessioni di nuovi territori che ingigantirono il potere di Roma in area mediterranea.
Personaggio chiave del travagliato passaggio tra la repubblica romana e l'impero, Cesare non fu mai imperatore, ma pose le basi per la solida attuazione dell'Impero. Figura d'eccezione - letterato, storico, generale e politico di straordinaria lungimiranza - iniziò già da vivo a costruire il mito di se stesso. Si presentò infatti come discendente di Venere, legato quindi al mito originario della stessa città di Roma risalente, secondo l'antica tradizione, allo stesso Enea, figlio di Venere, che si vuole sbarcato sulle rive tirreniche laziali al termine del suo lungo peregrinare, esule da Troia, come narra l'Eneide virgiliana.
Questa trama leggendaria, magistralmente costruita da Cesare, sarebbe stata ripresa e sviluppata dai suo successori al comando dell'Impero, ed instancabilmente elaborata fino ai tempi nostri. Probabilmente, senza la fine tragica del suo assassinio, che lo colse nel momento del massimo fulgore evitandogli vecchiaia e decadenza, il mito di Cesare non si sarebbe affermato con altrettanta forza.
La mostra intende partire dal personaggio Cesare e dal suo più stretto contorno politico e culturale, toccando i momenti forti della sua ascesa al potere: gli alleati-avversari - come Crasso, Pompeo, Cicerone - , le campagne militari che gli diedero gloria e ricchezza, l'avventura egiziana e l'incontro con Cleopatra, regina d'Egitto, l'ambiente culturale e artistico romano di quegli anni; fino alla morte, avvenuta alle idi di marzo del 44 a.C., alla successione al potere nelle mani del giovane figlio adottivo Ottaviano e l'apoteosi.
La memoria e il "culto" di tale eccezionale figura non si persero mai, neppure nei secoli di decadenza dell'Impero e negli anni oscuri successivi alle invasioni barbariche in Italia. Fu però in età medievale, e particolarmente con l'avverarsi del Sacro Romano Impero (inizi IX secolo), che il mito del fondatore dell'impero riprese, tanto da additarsi nella sfera sovrastante l'obelisco vaticano l'urna cineraria del grande condottiero. Si trattò per lo più di una ripresa del mito in senso ideologico-politico, tesa a riaffermare i valori unificanti del nuovo impero carolingio. All'arte spettò il compito di illustrare tale recupero.
Specialmente a partire dal Duecento e poi dal Trecento, il recupero dell'antico si afferma anche attraverso le immagini dei grandi protagonisti della storia romana, e Cesare è ovviamente tra questi. In pieno Rinascimento i celebrati cicli ad affresco del Mantegna o di Andrea del Sarto, dedicati al dittatore romano, sono conforto e paragone per il nuovo principe e il suo imperium. Letteratura e musica celebrano i fasti di Roma come quelli di Cesare, e basterà citare a mo' di esempio il Jilius Caesar di William Shakespeare.
Il mito di Cesare e il "Cesarismo" traversano i secoli e paiono riacutizzarsi tra fine Settecento e Ottocento: l'interesse per l'antico e per i suoi protagonisti riesplode con forza nel secolo dell'Illuminismo e tra i suoi protagonisti, e basterà citare l'eredità sfociata poi nella figura e nel ruolo di Napoleone I.
Sempre nel Novecento è anche e forse soprattutto il cinema, settima arte, ad aver tenuto vivo il mito di Cesare fino a noi; tanto che dall'epoca del muto ad oggi, sono oltre cento le pellicole che lo vedono diretto o indiretto protagonista. La produzione cinematografica inerente Cesare può suddividersi sinteticamente in tre periodi: gli anni Dieci del Novecento, col suo cinema d'impianto teatrale; quella degli anni Cinquanta e Sessanta, che popolarizza le gesta di Cesare e degli antichi romani; infine gli anni delle grandi produzione hollywoodiane a Cinecittà, la via più breve per esportare oltre oceano il mito di cesare e di Roma antica.
Tra gli attori che hanno dato il loro volto a quello di Cesare, due hanno segnato nell'immaginario cinematografico i suoi tratti e il suo carattere: Louis Calhern nel "Giulio Cesare" di Joseph L. Mankiewicz, del 1953, e Rex Harrison, Cesare in "Cleopatra", dello stesso regista, girato nel 1963.
La mostra riunisce per la prima volta documenti archeologici di grande importanza e bellezza (sculture, mosaici, affreschi, gioielli, gemme, monete), provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri (tra cui i Musei Vaticani, il Museo del Louvre, i Musei Capitolini, il British Museum, il Museo Archeologico di Napoli, lo Staatliche Museum zu Berlin, il Kunsthistorishes Museum di Vienna), insieme plastici appositamente realizzati, a ricostruire la Roma di Cesare.All'arte figurativa (circa cento dipinti tra cui Guido Reni, Roubens, Tiepolo, Hayez, Rixens) è affidata la documentazione del mito di Cesare e del cesarismo dall'età medievale al Rinascimento, da qui al Neoclassicismo e oltre; fino ai primissimi decenni del Novecento, quando il cinema, attraverso filmati d'epoca, costumi di scena e scenografie, racconta il mito più recente di Cesare.
SCHEDA TECNICA
GIULIO CESARE.
24 ottobre 2008 - 05 aprile 2009
Intero 10,00
Per i gruppi la prenotazione è obbligatoria e deve essere effettuata mediante bonifico bancario entro 8 giorni dalla data della prenotazione.
Tariffe
Orario: tutti i giorni: 10.00-20.00
Mostra a cura di Giovanni Gentili, Paolo Liverani, Enzo Sallustro, Giovanni Villa. Catalogo Silvana Editoriale.
Info: tel. 06.68809035
martedì 6 maggio 2008
“futuro presente/present continuous”
del festival dell’arte Contemporanea
“futuro presente/present continuous”
martedì 6 maggio 2008, ore 12
presso il DOCVA Documentation Center for Visual Arts
Fabbrica del Vapore
via Procaccini 4, Milano
Dal 23 al 25 maggio a Faenza si svolge il primo festival internazionale dedicato all’arte contemporanea.
Grandi artisti, curatori, galleristi, rappresentanti dei più prestigiosi musei e scuole d’arte, esponenti del mondo dell’editoria, dei media, dell’impresa, della pubblica amministrazione, della moda, dell’architettura e del design, per la prima volta insieme per discutere dell’arte di oggi e di quella che verrà.
Grazie alla presenza di oltre 100 relatori internazionali, il festival dell’arte Contemporanea sarà la prima occasione al mondo per vedere l’arte contemporanea attraverso le parole dei suoi protagonisti.



