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giovedì 17 giugno 2010

CU.SP.I.D.E.

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martedì 28 aprile 2009

La Mer – La Dentelle, La Dentelle – La Mer

Anticipando l’ufficialità della consegna alla città di Calais del nuovo Museo: Cité International de la Dentelle et de la Mode de Calais, Maria Dompè, artista italiana particolarmente sensibile agli eventi con forte connotazione territoriale, realizza un opera ambientale di intenso impatto sensoriale.Il progetto prevede un intervento sul territorio: un singolare intreccio cromatico di leggerezza si snoda dal nuovo complesso museale, coinvolgendo l’intera area limitrofa.A partire da giovedì 14 maggio 2009, l’edificio dell’antica officina collettiva Boulart, diviene il palcoscenico dell’ “incursione nello spazio” dell’artista italiana.“Una trama tessuta unitamente alla antica tradizione del merletto di Calais, giunto dal mare dalla vicina Inghilterra. Una tradizione da preservare come prezioso patrimonio culturale, così come il mare, essenza della natura, sfruttata dall’essere umano. Con questo intento nasce il messaggio La Mer – La Dentelle, La Dentelle – La Mer per la cittadinanza di Calais che deve ricordare il proprio patrimonio e per l’intera collettività che deve salvaguardarlo. Onore alle fabbriche di Dentelle che continuano con grandi sacrifici a far sentire il suono delle macchine per produrre ancora il tessuto della magia. È bello pensare ad un filo che ha riunito così tante famiglie nella produzione di un tessuto fatto di spazio e vuoti, le stesse famiglie che spero si ricongiungeranno attorno al nuovo museo, segnando una contemporaneità della tradizione nell’arte e nella vita di Calais. M.D.”Nella Sua intima capacità di dialogo con lo spazio, di esplorazione dei contenuti, un “percorso” unico ed univoco,una fusione trascendente tra il mare come espressione divina della natura e la dentelle come espressione della creatività umana. “…Trasferito in una altra sfera, il mio viaggio ai confini del tempo poteva essere paragonato a una nuotata infinita nella quale corpo e spirito si ricongiungono sottoforma di unione sacra. …Ma affinché avvenisse il miracolo, tutto doveva incentrarsi in quel punto di equilibrio dove ogni gesto, ogni sforzo e persino la scelta più insignificante tendono allo stesso scopo: la ricerca dell’assoluto attraverso la sublimazione dell’arte di navigare. …Allora l’onda immane è tornata per trasportarmi più lontano, molto più lontano ancora, fino all’apice di me stesso. Lì ho intravisto con la mia barca tali sommità che il mio cuore sembrava sul punto di scoppiare, come palloncini che volano troppo in alto. E in quella immensità, dove mare e vento sprigionano scintille che salgono al cielo per fondersi insieme sotto il grande afflato delle stelle, ho ritrovato l’Alleanza…“Bernard Moitessier dal libro «Tamata e l’Alleanza» Una citazione per rafforzare idealmente il messaggio artistico. Bernard Moitessier: un simbolo della vela mondiale, un filosofo della vita, un’icona spirituale, per rappresentare l’intenso legame della città di Calais con il mare e la dentelle. L’«Alleanza», quell’unione planetaria che è il seme della vita dell’uomo.

DAL LABORATORIO ATELIER AL MUSEO



Il Museo degli Strumenti Musicali di Roma, dal 14 al 21 maggio 2009, diventerà una sorta di appendice dell’atelier – laboratorio dell’architetto Massimo Di Cave.

Negli ultimi vent’anni questo intellettuale, estroverso e creativo, si è dedicato soprattutto al tema dell’abitazione, ridisegnando spazi e ambienti dominati dalla contaminazione geografica, da culture lontane e dalle infinte possibilità della linea curva.
E’ solo negli ultimi anni che l’invenzione svincolata dai limiti della composizione architettonica, si è espressa in maniera libera e solo apparentemente giocosa, in opere di scultura e pittura realizzate con una manualità di artista del passato.

La sofferenza degli esseri umani e il loro desiderio di redenzione è ben rappresentata dal Cristo in Croce (conservato nella Cappella delle Confessioni, Chiesa di San Pio X), verso cui protende le braccia un uomo che rappresenta il desiderio di elevazione dell’umanità.
Molto interessanti le esili figure scavate nel legno, che ricordano i bronzi di Giacometti, mentre la lezione del ready- made duchampiano è presente nei collage e nei dipinti.

Ferro, bulloni, tondini e lamiere sono gli elementi architettonici che, riassemblati e trasformati da una potente vena creativa, diventano elementi di un percorso artistico variegato e complesso.

martedì 3 marzo 2009

FABULA “In Defence of African children”

Musei di San Salvatore in Lauro
Piazza San Salvatore in Lauro, 15 - 00186 Roma
27 Febbraio – 22 Marzo

Inaugurazione venerdì 27 febbraio ore 19,30

Le opere di 42 artisti verranno messe all’asta la sera di venerdì 27 febbraio per finanziare quattro scuole in tre Paesi africani, l’Angola, la Sierra Leone e il Madagascar. Nell’occasione verranno anche premiati i migliori disegni che bambini italiani e bambini del Continente hanno realizzato per illustrare le loro favole tradizionali.

L’importanza della tradizione di un popolo per la comprensione della sua storia, della sua costante crescita culturale e del suo sviluppo socio-politico vedono infatti nello studio dei racconti, delle favole e delle fiabe uno strumento privilegiato.

La mostra-evento FABULA “In Defence of African children” è organizzata dalla Galleria d’Arte Contemporanea Via Metastasio 15 e da Alberto Michelini, già Rappresentante Personale del Presidente del Consiglio per il G8-Africa, per proporre una inedita riflessione sulla cultura italiana, in particolare romana, in relazione alla cultura della civiltà africana, grazie a una raccolta di testi tratti dalle opere di Fedro, di Italo Calvino e a una selezione di racconti africani.

Il progetto ha anche la finalità di innescare una nuova possibilità di scambio culturale e di sensibilizzazione sociale utilizzando le favole, che diventano il cuore di un catalogo-libro, arricchito dai disegni dei bambini e dalle opere di grandi artisti, in cui cultura italiana e cultura africana si trovano equamente rappresentate in un chiaro messaggio di interscambio e rispetto culturale.
La mostra ha inoltre lo scopo di garantire uno strumento per il sostegno della formazione dei bambini in Africa, la fascia più debole della popolazione spesso abbandonata al suo destino. Con la prima edizione del progetto l’interesse è stato rivolto alle comunità di tre Stati africani, l’Angola, il Madagascar e il Sierra Leone, per intervenire con un supporto concreto alle necessità primarie di tanti bambini giornalmente esposti alle difficili condizioni di vita del loro paese natale. I fondi ottenuti dalla mostra sono a sostegno del progetto UNICEF per costruire una scuola nella capitale dell’Angola, Luanda, e a sostegno di tre scuole situate in Mbanza Congo nell’Angola del nord, negli Stati del Madagascar e della Sierra Leone.

Gli istituti che hanno partecipato dall’Africa alla prima edizione di Fabula inviando i disegni dei bambini sono la scuola Help for Life, villaggio Matuku (Sierra Leone), la scuola La Maison D’Aïna (Madagascar) e la scuola Scuola Rev.do Frei Pedro Tosato Capuchinos, Luanda (Angola).

All’iniziativa, organizzata da Bianca Alfonsi, Alessia Montani, Giorgia Simoncelli e da Alberto Michelini, si è unito il generoso entusiasmo del Presidente Unicef Italia Vincenzo Spadafora, del Sotto Segretario ai Beni Culturali, Francesco Giro, del Soprintendente speciale per il Polo Museale Romano Claudio Strinati, della Consigliera per le Relazioni Esterne del Sindaco di Roma Valeria Mangani, dell’on Mario Baccini Presidente della Fondazione Foedus, del giornalista Costanzo Costantini, del Presidente dell’Istituto Nazionale per il Commercio Estero Umberto Vattani, del prof. Adolfo Panfili, della direttrice dell’UNIDO ITPO Italy Diana Battaggia nonché di Roberto E. Wirth, Anna Fendi, Santo Versace e Laura Gucci.

Come rappresentanti dei Paesi africani che il progetto FABULA “In Defence of African Children” sostiene nella sua prima edizione, l’ambasciatore dell’Angola, Manuel Pedro Pacavira e l’ ambasciatore del Madagascar, Jean Pierre Razafy-Andriamihaigo.

Forte e solidale è stata la risposta del mondo dell’arte: Mario Ceroli, Sandro Chia, Franco Ciuti, Emilio Farina, Emilio Greco, Piero Guccione, Alessandro Kokocinski, Graziano Marini, Vincenzo Marsiglia, Umberto Mastroianni, Igor Mitoraj, Sante Monachesi, Mimmo Nobile, Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro, Oliviero Rainaldi, Lithian Ricci, Eugenio Sgaravatti, Armando Tanzini e Natalia Tsarkova sono presenti con una loro opera donata per l’asta benefica del 27 febbraio.

A questi si aggiungono nuovi nomi dell’arte contemporanea come Angeladellaluna, Brunello, Peppe Butera, Andrea Cadenelli, Nado Canuti, Natino Chirico, Alessio Deli, Luigi de’ Navasques, Julieta Ferrero, Sidival Fila, Silvana Galeone, Alexei Kyrilloff, Francesca Leone, Chicco Margaroli, Marcello Maugeri, Matteo Montani, Zaira Piazza, Francesca Romana Pinzari, Luigi Recchi, Fabiana Roscioli, Stefano Francis Spelar e Gianni Villa.

Il catalogo-libro delle favole della prima edizione del progetto FABULA “In Defence of African Children” è edito dalla Casa Editrice Il Cigno di Lorenzo Zichichi

Sabrina Carletti

Mercoledì 11 marzo 2009, alle ore 18.00, il locale Rust in via del Teatro Pace, inaugura la mostra personale di Sabrina Carletti Strutture, un evento in collaborazione con l'Associazione Culturale Studio OR. Verranno presentate per l'occasione sette tele di grandi e piccole dimensioni dell'artista romana. Sabrina Carletti usa il colore come materia, impasto oleoso e bituminoso. Sedimenti e diluizioni si intersecano e si addossano, segnano i profili ed annullano i volumi, assorbono ogni prospettiva e profondità quasi a governare con la loro viscosa tenacia ogni sensazione di visuale realtà. Sabrina Carletti rappresenta la realtà metropolitana a modo suo, trascritta con un segno inquieto e pulsante. Sono le forme indefinite, perse, travasate di città, paesaggi, luoghi di momenti importanti che rendono unici i suoi quadri. La sua tecnica innovativa e sorprendente è il primo aspetto di una visione d'artista particolare. Così nascono le "città" sommerse da un mare profondo e opaco, blu scuro e limpido, che quasi ci rendono partecipi di un "viaggio" tra un presente ed un passato che insistentemente si ripropone, non negabile non invisibile, ma continua richiesta risposta alla domanda che vuole sapere il perché. (Roberto Fiore) "Il bitume è materia e, al contempo, segno. Corpo e scrittura che rinviano immediatamente alla produzione grafica dell'artista. Non si coglie fino in fondo il carattere della sua pittura se non si considera la sua grande passione per le tecniche incisorie" (Idra Mitrano) Sabrina Carletti vive e lavora a Roma. Ha al suo attivo diverse esposizioni collettive ed è stata selezionata a diverse Biennali e Rassegne di Incisione, in Italia e all'estero. Nel 2008 presenta nella sua prima personale a Roma le incisioni e i dipinti degli ultimi due anni di lavoro. Vince nel 2007 la V Estemporanea di Incisione del Comune di Formello e nel 2008 riceve il Terzo premio (Centro per l'Incisione e la Grafica d'Arte, Formello). Oggi le sue opere sono presenti in diverse raccolte pubbliche e private. Sito nel cuore di Roma, a pochi passi da Piazza Navona, Rust è il risultato tangibile di un insieme di sinergie: architettura, arredamento di design e arte culinaria si fondono per creare un'atmosfera semplice ma allo stesso tempo sofisticata e trendy. Rust è un locale di ultima generazione dove si può gustare una buona cucina italiana.
RustVia del Teatro Pace, 34-37 - 00187 RomaChiuso il martedì Tel +39 06 68801145www.rust-roma.it -info@rust-roma.it

SACRO E BELLEZZA DELL'ETIOPIA CRISTIANA - "Nigra sum sed formosa"

Per la prima volta in Italiauna grande, innovativa mostra sull'Etiopia cristiana con materiali in gran parte inediti
E' la prima grande mostra che l'Italia dedichi all'arte più che millenaria dell'Etiopia. Ad ospitarla non poteva che essere Venezia che già nel '400 instaurò con il regno che dominava il Corno d'Africa legami economici, religiosi e culturali molto stretti. Tanto da inviare laggiù, su richiesta del non più mitico "Prete Gianni", propri pittori la cui attività avrebbe poi influenzato per secoli l'espressione artistica di quelle terre.
Fondamentale nella realizzazione dell'iniziativa il ruolo di collegamento tra i vari soggetti coinvolti e il supporto progettuale fornito all'Università Ca' Foscari e alla Regione Veneto da parte di un'azienda di credito, Banca Popolare FriulAdria, che ha inteso in questo modo connotare con un grande evento culturale il progetto di rafforzamento della propria presenza in territorio veneto.
Curatori della mostra, che verrà allestita dal 13 marzo al 10 maggio nella sede espositiva dell'Università Ca' Foscari lungo il Canal Grande, sono Giuseppe Barbieri, Gianfranco Fiaccadori e Mario Di Salvo, coadiuvati da un ampio comitato scientifico internazionale.
Il titolo della mostra "Nigra sum sed formosa" rinvia al celebre versetto del Cantico dei Cantici interpretato in relazione alla regina di Saba. E' stato scelto per ricordare l'antichità dell'esperienza religiosa biblica e cristiana in terra etiopica. Qui sussiste ancora oggi una sorta di chiesa delle Origini, degli Apostoli, che ha saputo conservare, nei riti e nelle rappresentazioni artistiche, lo spirito della prima età evangelica. Un unicum cui non è estraneo il fatto che l'Etiopia cristiana sia venuta rapidamente a trovarsi circondata da popoli islamici. Il forte radicamento di una tradizione cristiana nell'impero del Leone coincise dunque con l'affermazione di una identità etnica, linguistica e culturale, che in buona misura, pur attraverso molte fasi critiche, è giunta sino a noi.
Venezia è stata, almeno già dall'epoca del grande re Zar'a Yâ'qob (1434-68), uno dei partner più significativi, tra gli stati europei, dell'impero etiope, a ribadire così la sua funzione di porta di collegamento tra Oriente e Occidente. Questo elemento segna l'assoluta pertinenza della città di San Marco, che è sede di uno dei più importanti e antichi patriarcati d'Occidente, come luogo e scenario della mostra.
L'esposizione si presenta come un organico e affascinante "racconto", imperniato su riconoscibili personaggi: la Regina di Saba; il Re Lâlibalâ (sec. XII-XIII), da cui prende nome la città santa costruita sulle montagne del Lasta, la "Nuova Gerusalemme" a beneficio dei pellegrini Etiopi, impediti a recarsi in Terra Santa dalla presenza islamica, al modo in cui nell'Europa medievale si realizzavano le varie copie del Santo Sepolcro; il re Zar'a Yâ'qob, sotto di cui, nel XV secolo, il Paese si aprì decisamente alle presenze occidentali; il pittore veneziano Nicolò Brancaleon, detto Marqorêwos (Mercurio), documentato alla corte dei re Eskender e Lebna Dengel fra XV e XVI secolo.
A Ca' Foscari saranno in mostra materiali di straordinaria importanza storica ed artistica, testimonianze preziose e per la più parte inedite: icone, croci, rotoli magici, codici miniati, incisioni, capolavori cartografici, come il Mappamondo di Fra Mauro, rari libri di modelli. A concederle, spesso per la prima volta, sono raccolte private e pubblici musei, nazionali e internazionali. Ad affiancare questi eccezionali reperti originali numerosi contributi a visualizzazione multimediale (musiche, filmati, fotografie opportunamente trattate...) della civiltà religiosa e della grandezza estetica dell'impero del Leone.Suggestione e rigorosa documentazione saranno, quindi, le cifre di questa affascinante mostra.
Ad accompagnare i visitatori nelle diverse sezioni sarà il prof. Stanislaw Chojnacki, patriarca degli studi moderni sull'arte etiopica. Sarà uno dei molti interventi di multimedialità messi a punto da Ca' Foscari. Così come a un gruppo di lavoro interno, quello affidato al professor Augusto Celentano, si deve un prototipo fortemente innovativo di guida multimediale mobile, realizzata in ambiente iPod. In questo modo la mostra diventa un prestigioso laboratorio per gli studenti dell'Ateneo, impegnati a declinare anche nelle più innovative forme dell'edutainment un itinerario denso di reperti e temi di rara suggestione.
Questa importante componente multimediale è messa a servizio della comprensione e della contestualizzazione delle meraviglie originali proposte dall'esposizione. Consentendo di entrare fin dentro lo spazio e lo spirito di monumenti, luoghi e di cerimonie sacre che hanno contribuito a tenere vivissimo un credo bimillenario in terra d'Africa.

A Ravenna torna la Borsa delle 100 città d’arte d’Italia

Oltre quattromila metri quadri di estensione, 200 espositori, 103 tour operator della domanda da 26 paesi, 600 operatori italiani dell’offerta, tremila contatti commerciali, 150 relatori impegnati nei numerosi eventi congressuali. Sono questi i numeri della tredicesima edizione della Borsa del turismo delle 100 città d’arte d’Italia che, per il secondo anno consecutivo, si svolgerà a Ravenna dal 28 al 31 maggio. Palazzi storici, musei e giardini della città offriranno un palcoscenico esclusivo agli oltre cento siti d'arte, che presenteranno ai visitatori spettacoli, eventi e degustazioni in un percorso alla scoperta di tradizioni locali e memorie che costituiscono un patrimonio unico al mondo. Non mancheranno, in questa tredicesima edizione, importanti novità che arricchiranno la proposta di “Arts and Events”, rendendola più stimolante non soltanto per il pubblico ma anche per gli addetti ai lavori, nel segno di una tradizione che si rinsalda guardando al futuro. L'area espositiva si sdoppia per offrire nuove opportunità. Oltre alla Piazza del Popolo, che accoglierà gli stand promozionali per i borghi e i centri d'arte d'Italia, la vicina Piazza Garibaldi diventerà un movimentato teatro all'aperto con “Porta in scena la tua città”: degustazioni, riproposizioni di antichi mestieri, artigianato, esibizioni musicali e danze folkloristiche ricomporranno lo straordinario mosaico di culture e memoria locali che è l'Italia.

martedì 16 dicembre 2008

NATALE A VIA METASTASIO 15

La Galleria d’Arte Contemporanea Via Metastasio 15 presenta per il mese di dicembre una mostra piena di vivacità e colore, la personale dell’artista Luigi Recchi.

Immergersi nel linguaggio di Recchi è un’esperienza carica di emozione che sorprende per la forza e l’immediatezza di un codice fatto di semplicità espressiva ed energia cromatica.

L’artista espone in Galleria una serie di lavori che raccolgono testimonianze di una ricerca che spazia dalle opere liriche con l’omaggio a Tosca, agli Alfabeti fluttuanti, ai Solitari ai Fiori rossi.

I quadri di Luigi Recchi parlano un linguaggio semplice, istintivo che cattura con forza la mente e lo spirito dell’osservatore sia per l’energia dei colori vivi e brillanti, sia per le infinite suggestioni di simboli semplici e quotidiani. La vivacità prorompente del cuore rosso di Tosca, le trame gialle, verdi e azzurre che richiamano i tessuti dell’India di Brindisi blu, i piccoli segni geometrici, i numeri, i simboli, ricomposti in un tappeto di cifre indefinito della serie Solitario, sono solo alcuni esempi dell’opera del maestro la cui caratteristica costante è sicuramente la grande forza espressiva.

Vengono inoltre presentati il quadro Pensieri e un piccolo esemplare di Alfabeti fluttuanti, suggerimenti indefiniti di un mondo incantato.

Via Metastasio 15 dedica inoltre proprio nel mese di dicembre, uno spazio particolare all’artigianato e alle arti applicate.

In Galleria sono sempre presenti i gioielli di Bianca Alfonsi, orafa da quattro generazioni figlia del maestro Germano, i libri d’arte e archeologia della famosa casa editrice l’ERMA di Bretschneider, le creme a base naturale della linea Aqvadei oltre al nuovissimo sapone d’oro e al profumo via metastasio 15 a cui si aggiungono creazioni in ceramica e particolari Cesti d’Autore interamente realizzati a mano.

Un proposta nuova per regalare l’arte a Natale in tutte le sue forme d’espressione: dalla pittura, alla scultura, all’artigianato… all’arte del gusto e della bellezza.

Giorgia Simoncelli

venerdì 12 dicembre 2008

AS IS Arte Israeliana Contemporanea

Nell’ambito delle iniziative programmate in occasione del 60° Anniversario dello Stato di Israele, dal 16 dicembre 2008 al 31 gennaio 2009 presso il Complesso del Vittoriano sarà ospitata la mostra “As Is: Arte Israeliana Contemporanea”, un collage delle forme artistiche contemporanee israeliane attraverso 57 opere realizzate con le tecniche più diverse – pittura, scultura, fotografia, video e performance – realizzate da 20 artisti. L’esposizione, promossa dall’Associazione Culturale ISRAELE60 e a cura di Ruth Cats, racconta la quotidianità di Israele e, allo stesso tempo, la sua complessità e peculiarità culturale evidenziando il fondamentale dialogo tra l’arte e alcune tematiche sociali, culturali e politiche: la rinascita ebraica dopo l’olocausto, gli aspetti religiosi e secolari della vita, la guerra, il terrorismo, le tradizioni e il sentimento patriottico.

Il 2008 dunque, anno in cui si celebra il 60° Anniversario dello Stato di Israele, invoca un’analisi e una ricerca del significato essenziale di ciò che gli israeliani riconoscono come proprio, come se facesse parte del loro dna. Quali sono le caratteristiche che costituiscono una “persona israeliana”, l’“identità israeliana”, il “paesaggio israeliano”, i “tratti israeliani”? “As Is: Arte Israeliana Contemporanea” tenta di decifrare questo codice mettendo in luce quegli aspetti che fanno trapelare con maggiore evidenza gli aspetti unici e caratteristici della cultura e del modo di vita israeliani.

lunedì 24 novembre 2008

ESSERE DONNA


La donna, il suo mondo, il suo quotidiano rapporto con la vita reso dalla sensibilità di tre artisti, Fabiana Roscioli, Luca Curci e Chicco Margaroli.

a cura di Bianca Alfonsi, Alessia Montani, Giorgia Simoncelli

Il canone del bello è ormai “la regola” del vivere contemporaneo. Un’idea, un mito ricercato ogni giorno da milioni di donne.

Essere Donna è una mostra che analizza il tema della bellezza nella sua essenza più umana e quotidiana.

Gesti e abitudini resi ormai automatici per ogni donna vengono catturati e esaminati dal lavoro e dalla sensibilità di tre giovani artisti.

Chicco Margaroli presenta Quotidiano in crema, tubo di crema in vescica stabilizzata che assurge a simbolo della quotidiana ricerca di giovinezza e bellezza operata dalle donne.

Nel testo che accompagna il lavoro l’artista scrive:

Lo sforzo alla bellezza si deve vedere. Ci si adopera perché sia riconosciuto.
Ci promettono che un gesto quotidiano prometterà agli occhi di altri il meglio del nostro bello.
E’ gesto effettivamente quotidiano sottoporsi al giudizio altrui.
Ti vedo bene –
La crema più efficace delle creme, fatta di umanità, per spalmarsi da subito il giudizio degli altri sulla nostra pelle.
Ti vedo bene –
Ti vedo come è richiesto vederti, dagli altri:
sempre bene
.

Fabiana Roscioli e Luca Curci presentano una serie di fotografie scattate per la rivista Next Exit sul tema Arte, Moda e Design che rappresentano l’universalità della bellezza femminile. Tutte le razze, tutte le età con tutti i sentimenti del loro vivere.

Da tempo, soggetto preponderante nel lavoro di Fabiana Roscioli è il corpo. Negli anni 1990-2000 l’artista ha lavorato esprimendosi con la pittura materica per passare poi alla fotografia. All’inizio del suo percorso si era interessata alla bellezza arcaica femminile e agli istinti primordiali, successivamente ha affrontato la ricerca del benessere spirituale e fisico, filtrando il rapporto con il mondo esterno attraverso il proprio corpo e quelli altrui. Nel suo lavoro ha saputo connettere la fisicità e l’estetica in un profondo legame tra eros, senso della vita, desiderio ed ossessione, come ha scritto di lei Gianluca Marziani nel saggio „Quattro elementi attorno al corpo”, in un catalogo del 2004.

Una mostra dedicata alla donna, per riflettere sul tema del bello tramite i gesti e gli oggetti del suo quotidiano vivere.

Chicco Margaroli, nasce ad Aosta nel 1962, si diploma all’Accademia di Belle Arti di Torino nel 1987.

Nel 1990 la sua prima personale ad Aosta, a cui si susseguono numerose collettive e personali nazionali ed internazionali a Torino, Trieste, Milano, Biella, Venezia, Roma, Spoleto, Ginevra, Parigi.

Il tema del rinnovo è la chiave del lavoro dell’artista che, partendo dagli sfridi delle potature inseriti in quadri iper – reali, è poi arrivata nel 2000 alla scelta del materiale organico stabilizzato in un costante tributo alla natura che diventa metafora di trasformazione e rinnovo interiore.

Fabiana Roscioli vive e lavora a Roma. Dopo essersi diplomata al Liceo Artistico, nel 1983 ha seguito il corso di Storia dell’Arte all’Università La Sapienza di Roma. Nel biennio 1985 – 86 frequenta la Scuola di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma e lavora come disegnatrice presso lo Studio di Architettura Fiorentino. Nel 1986 – 87 studia pittura figurativa con Vittorio Polidori e realizza un trompe l’oeil nel ristorante dell’Hotel Royal Santina a Roma.

Nel 1988 – 89 segue il corso di decorazione all’Accademia del Superfluo; nel 1990 – 91 frequenta lo studio di design dell’architetto Jeremy King e progetta le decorazioni del Teatro dell’Opera di Roma.

Numerose le mostre personali e collettive in Italia e all’estero.

Settembre 2006, Lituania;
Agosto 2006, Paducach, Kentucky (USA);
Aprile 2006, Personale, Parigi, Gallerie Mamia Bretesché (Francia);
Partecipazione al Digital and Video Art, Novosibisk State Art Museum, (Russia);
Partecipazione al DIVA, New York (USA);
Partecipazione a “Aereal Vision”, Gallerie Marta Traba, San Paolo (Brasile);
Partecipazione al BACI 06, CCCB, Barcellona (Spagna);
Esposizione al Museo Nazionale di Berlino (Germania).

Luca Curci nasce a Bari l'8 Dicembre 1975. Dopo aver conseguito il diploma di Liceo Scientifico si iscrive alla facoltà di Architettura di Bari; contemporaneamente approfondisce le proprie conoscenze in arte, filosofia, letteratura, scienza. La sua innata curiosità lo porta naturalmente a confrontarsi con le nuove tecnologiche che Curci applica al campo che più gli preme: l'arte in tutte le sue forme ed espressioni. Dalla pittura alla scultura, dall'arte digitale alla videoarte. Oggi Luca Curci, sebbene giovanissimo, ha già alle spalle numerose esposizioni personali e collettive di notevole impatto scenografico a Bari, Firenze, Roma e Milano, Vienna, Madrid, Londra, Parigi, New York, nonché alcune collaborazioni con artisti di spicco nel panorama artistico internazionale. La sua ricerca verte sullo studio e l'interpretazione dell'antica scienza denominata fisionomica come pretesto per un'attenta analisi introspettiva alla scoperta delle mille sfaccettature della psiche umana nonché strumento gnoseologico atto alla comprensione profonda del quotidiano e della mutevole realtà in cui l'uomo vive ed opera.

Architetto, videomaker, art director del gruppo Internazionale di ArtExpo, Luca Curci vive e lavora a Bari.

giorgia simoncelli

mercoledì 12 novembre 2008

Il volto dell’altro


LipanjePuntin artecontemporanea - Roma ha il piacere di presentare Il volto dell’altro, una mostra personale di Ugo Giletta (1957, San Firmino di Revello), a cura di Lóránd Hegyi.

Dopo aver lavorato per diversi anni sulla rappresentazione del corpo umano, dipingendo spesso corpi sdraiati o carponi, ora la ricerca di Ugo Giletta lo porta a concentrarsi sul volto umano. La serie di opere presentate a Roma sono acquarelli su tela o su carta di varie dimensioni. Questi soggetti, come sostiene l’artista stesso, non sono né maschera né ritratto, sono simbolo e rappresentazione. Egli rifiuta qualsiasi riferimento aneddotico, ogni rimando letterario al tempo e al luogo, ad una concreta spazialità, a qualcosa di simbolico o culturalmente o storicamente identificabile. Sono teste e volti soli e isolati in uno spazio vuoto plasticamente indefinito, metaforicamente indefinibile e non contestualizzabile.


Le teste e i volti sono dipinti con il minimo del concretismo plastico. Non sono ritratti, tanto meno rappresentazioni di una qualche identificabile persona. Sono impersonali ed estranianti, tangibili e muti. La loro enigmatica estraneità non si lascia catalogare o classificare in qualsiasi o qualsivoglia sistema. Sono semplicemente là, nella loro reale oggettività, senza spiegazione sulla propria appartenenza, sulla propria provenienza, sulla propria storia o sul proprio essere. Come la mancanza di tratti caratteristici personali e fisici della figura, così pure l’assenza di una conosciuta composizione cromatica della loro fisicità li estranea da qualsiasi narratività. Loro stanno là, senza una storia propria, senza pathos e senza patria.

I volti di Ugo Giletta sono teste spesso senza orecchie e chiome, solo con cinque macchie o scuri fori per occhi, narici e bocca: cinque spazi elementari, a definire umbratilmente un ovale immortale.

In occasione del finissage della mostra sarà presentato nella collana LipanjePuntin artecontemporanea il volume Ugo Giletta: Il volto dell’altro con i contributi critici di Lóránd Hegyi, Nico Orengo e Francesco Tomatis.

In collaborazione con a.c. viadimontoro 10 e artport 1
LIPANJEPUNTIN artecontemporanea
via di Montoro 10 – 00186 Roma
Tel. + 39 06 68307780 Fax + 39 06 68216758
http://www.lipanjepuntin.com/
roma@lipuarte.it
Orario di galleria: da martedì a sabato 14.00 – 20.00 o su appuntamento

mercoledì 17 settembre 2008

Giulio Cesare. L'uomo, le imprese, il mito

Roma, Chiostro del Bramante
23 ottobre 2008 - 3 maggio 2009
In mostra al Chiostro del Bramante anche la mitica urna delle ceneri di Cesare.
Per la curiosità di molti, alla mostra "Giulio Cesare. L'uomo, le imprese, il mito" in preparazione al Chiostro del Bramate (dove aprirà i battenti il prossimo 23 ottobre) sarà esposto anche un mitico globo. E' quello che, secondo la tradizione, avrebbe conservato le ceneri di Cesare poste sulla punta dell'obelisco egizio che attualmente domina Piazza San Pietro. Verrà esposto come simbolo del mito di Cesare e delle infinite storie e leggende che nei secoli si sono sedimentate sul grande personaggio. L'antico manufatto è conservato oggi nei Musei Capitolini, sfregiato, tra l'altro, dai segni delle archibugiate infertegli dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma del 1527."Col tempo, afferma Giovanni Gentili che con Paolo Liverani, Enzo Sallustro e Giovanni Villa cura l'imponente mostra in via di approntamento al Chiostro del Bramante, capita anche che dallo stesso mito siano stati permeati luoghi e monumenti che nulla hanno avuto a che fare, direttamente o indirettamente, con la persona e le varie vicende di Cesare; ed è questo un ulteriore segno della sua fama imperitura.Esemplare in questo senso è la leggenda cesariana legata al celebre obelisco egizio che si erge maestoso ancora oggi in piazza San Pietro, proveniente dal vicino circo di Nerone-Caligola in Vaticano.Trasportato dall'Egitto per volontà dell'imperatore Caligola nel 37 d.C. come principale elemento decorativo della spina per il circo, l'obelisco era stato realizzato per Nencoreo, faraone della XII dinastia (1991-1786 a.C.) e collocato ad Heliopolis, città dalla quale Giulio Cesare lo fece trasferire ad Alessandria, capitale ellenistica dell'Egitto dei Tolomei, per adornare la città di Cleopatra. Con tale simbolo eretto a Roma, Caligola si univa idealmente all'iniziatore dell'impero; tuttavia egli non riuscì a vedere completato il circo, che fu portato a termine da Nerone e che fu anche teatro del martirio di S. Pietro nel 64. Il primo papa della chiesa cristiana fu sepolto lì a fianco, nel luogo dove già sorgeva una necropoli, poi occultata dai lavori per la realizzazione della prima basilica di S. Pietro, al tempo dell'imperatore Costantino. L'obelisco però rimase fuori dal perimetro dell'edificio e fu lasciato al suo posto - nei pressi dell'attuale Aula Nervi -, col suo globo bronzeo dorato e l'iscrizione, poi perduta, che rimandava a Cesare.Nel corso del Medioevo il monumento, impostosi per l'attiguità alla mèta di migliaia di pellegrini, venne chiamato l'aguglia e la probabile suggestione data allo stesso dalla vicinanza della sepoltura di S. Pietro, portò a vedervi un monumento funerario, ovviamente di un "Grande": il grande globo posto sulla sommità dell'obelisco altro non sarebbe stato che l'urna cineraria di Gaio Giulio Cesare, di cui si sapeva, attraverso le fonti letterarie, della cremazione, avvenuta tra i tumulti poco dopo l'assassinio.La leggenda divenne parte integrante delle notizie raccontate ai visitatori della basilica ed il monumento additato come tomba di Cesare nei Mirabilia Urbis Romae, tanto da essere ancora vivo nella memoria culturale della stessa popolazione romana fino alla fine del XVI secolo, quando papa Sisto V Peretti, fiero avversario di ogni superstizione e diffidente della considerazione quasi religiosa per il globo, decise di porre fine alla medesima.Si decise allora, nel progetto di ampliamento e nuovo allestimento di piazza S. Pietro, lo spostamento dell'obelisco al suo centro, dove veniva a rappresentare, nel solco del significato simbolico dell'oggetto, l'autorità cristiana. L'impresa titanica delle complesse operazioni di trasferimento e nuovo innalzamento dell'obelisco al centro della piazza è descritta dal suo organizzatore, l'architetto Domenico Fontana, nel libro Della Trasportatione dell'Obelisco Vaticano et delle Fabriche di Nostro Signore Papa Sisto V, edito nel 1590. Parte integrante dei lavori, realizzati nel 1586, è stata la rimozione dell'antico globo dorato e quindi della fine della leggenda popolare: la sfera fu aperta e trovata vuota e al suo posto sull'obelisco fu issata una croce bronzea contenente una reliquia della "vera Croce".

mercoledì 10 settembre 2008

ANTONIO DEL DONNO

Vernissage: mercoledì 10 settembre 2008, ore 18:00
Margutta RistorArte, Via Margutta 118 - Roma

Mercoledì 10 settembre 2008 alle ore 18:00, Tina Vannini presenta al Margutta RistorArte la mostra personale di Antonio Del Donno, organizzata dalla Horti Lamiani- Bettivò e curata da Giorgia Calò. L'esposizione presenta una selezione di opere dell'artista realizzate dagli anni Sessanta ad oggi. . Nella società dello spettacolo, una società capace di bruciare i segni e i gesti più significativi, Antonio Del Donno - artista italiano "classicamente moderno", come lo definisce Achille Bonito Oliva - trasforma i segni in messaggio. Il mezzo, la tela, diviene il messaggio mediante parole, gesti informali e frasi campite su colori accesi che diventano canali di trasmissione. E, del tutto coerente, è lo sbocco della pittura di Del Donno prima nel collage, poi nella grafica, ed infine in una ricerca del visivo fondata sul rapido consumo dell'oggetto. A conferma di questa poetica visuale l'uso di colori contrastanti, violentemente dissonanti, laddove la pennellata a volte è più decisa a volte meno. Sono proprio le infinite proposte cromatiche a catturare lo sguardo del pubblico: il colore che, mediante pennellate vibranti, diviene esso stesso materia. Ma anche la linea ha un ruolo fondamentale nella pittura di Del Donno. Dopo cinqunata anni di attività la sua ricerca artistica è ancora dominata dalla linea, tirata sempre con la stessa energia e vissuta sempre alla ricerca di nuovi linguaggi. In nessun lavoro di Del Donno (eccetto le fotografie) compaiono figure umane. In realtà le sue opere sono popolatre di persone: è lo spettatore stesso, che fruisce e consuma l'opera attraverso i segni, le frasi, i colori, i gesti che gli si presentano davanti."...Nell'opera di Del Donno non c'è nessuna indulgenza verso la citazione e il remake, c'è piuttosto il prelievo e il rifacimento, come quando ci serviamo di un vecchio utensile o di un oggetto abbandonato e li adattiamo a nuovi usi" (Filiberto Menna, 1987). Molti critici e storici dell'arte si sono occupati del lavoro, ormai quarantennale, di Del Donno. Solo per citarne alcuni: Filiberto Menna, Mirella Bentivoglio, Achille Bonito Oliva, Elio Galasso, Nico De Vincentiis, Silvio Zanella, Antonio Petrilli.

lunedì 1 settembre 2008

A ROMA LA PRIMA MOSTRA AL MONDO SU CESARE

Finalmente i grandi protagonisti della storia romana a Roma! Il Chiostro del Bramante inaugura una stagione nella sua ormai ben nota programmazione espositiva dedicandola, appunto, a questo tema.

Dal 24 ottobre 2008 al 05 aprile 2009 è in programma, la prima mostra mai realizzata in Italia e nel mondo attorno alla figura del protagonista assoluto dell'antica Roma Giulio Cesare (ca. 100 - 44 a.C.), il primo "dittatore", artefice indiscusso della grandezza del futuro impero romano di cui sarà principe, non a caso, il figlio adottivo Ottaviano, primo "Cesare Augusto".

Di Cesare le cronache abbondano di notizie, fin dai tempi che lo videro affacciarsi sul palcoscenico politico dell'Urbe e poi intrepido comandante dell'esercito romano, con cui riportò clamorose vittorie ed annessioni di nuovi territori che ingigantirono il potere di Roma in area mediterranea.
Personaggio chiave del travagliato passaggio tra la repubblica romana e l'impero, Cesare non fu mai imperatore, ma pose le basi per la solida attuazione dell'Impero. Figura d'eccezione - letterato, storico, generale e politico di straordinaria lungimiranza - iniziò già da vivo a costruire il mito di se stesso. Si presentò infatti come discendente di Venere, legato quindi al mito originario della stessa città di Roma risalente, secondo l'antica tradizione, allo stesso Enea, figlio di Venere, che si vuole sbarcato sulle rive tirreniche laziali al termine del suo lungo peregrinare, esule da Troia, come narra l'Eneide virgiliana.

Questa trama leggendaria, magistralmente costruita da Cesare, sarebbe stata ripresa e sviluppata dai suo successori al comando dell'Impero, ed instancabilmente elaborata fino ai tempi nostri. Probabilmente, senza la fine tragica del suo assassinio, che lo colse nel momento del massimo fulgore evitandogli vecchiaia e decadenza, il mito di Cesare non si sarebbe affermato con altrettanta forza.

La mostra intende partire dal personaggio Cesare e dal suo più stretto contorno politico e culturale, toccando i momenti forti della sua ascesa al potere: gli alleati-avversari - come Crasso, Pompeo, Cicerone - , le campagne militari che gli diedero gloria e ricchezza, l'avventura egiziana e l'incontro con Cleopatra, regina d'Egitto, l'ambiente culturale e artistico romano di quegli anni; fino alla morte, avvenuta alle idi di marzo del 44 a.C., alla successione al potere nelle mani del giovane figlio adottivo Ottaviano e l'apoteosi.

La memoria e il "culto" di tale eccezionale figura non si persero mai, neppure nei secoli di decadenza dell'Impero e negli anni oscuri successivi alle invasioni barbariche in Italia. Fu però in età medievale, e particolarmente con l'avverarsi del Sacro Romano Impero (inizi IX secolo), che il mito del fondatore dell'impero riprese, tanto da additarsi nella sfera sovrastante l'obelisco vaticano l'urna cineraria del grande condottiero. Si trattò per lo più di una ripresa del mito in senso ideologico-politico, tesa a riaffermare i valori unificanti del nuovo impero carolingio. All'arte spettò il compito di illustrare tale recupero.

Specialmente a partire dal Duecento e poi dal Trecento, il recupero dell'antico si afferma anche attraverso le immagini dei grandi protagonisti della storia romana, e Cesare è ovviamente tra questi. In pieno Rinascimento i celebrati cicli ad affresco del Mantegna o di Andrea del Sarto, dedicati al dittatore romano, sono conforto e paragone per il nuovo principe e il suo imperium. Letteratura e musica celebrano i fasti di Roma come quelli di Cesare, e basterà citare a mo' di esempio il Jilius Caesar di William Shakespeare.

Il mito di Cesare e il "Cesarismo" traversano i secoli e paiono riacutizzarsi tra fine Settecento e Ottocento: l'interesse per l'antico e per i suoi protagonisti riesplode con forza nel secolo dell'Illuminismo e tra i suoi protagonisti, e basterà citare l'eredità sfociata poi nella figura e nel ruolo di Napoleone I.

Sempre nel Novecento è anche e forse soprattutto il cinema, settima arte, ad aver tenuto vivo il mito di Cesare fino a noi; tanto che dall'epoca del muto ad oggi, sono oltre cento le pellicole che lo vedono diretto o indiretto protagonista. La produzione cinematografica inerente Cesare può suddividersi sinteticamente in tre periodi: gli anni Dieci del Novecento, col suo cinema d'impianto teatrale; quella degli anni Cinquanta e Sessanta, che popolarizza le gesta di Cesare e degli antichi romani; infine gli anni delle grandi produzione hollywoodiane a Cinecittà, la via più breve per esportare oltre oceano il mito di cesare e di Roma antica.

Tra gli attori che hanno dato il loro volto a quello di Cesare, due hanno segnato nell'immaginario cinematografico i suoi tratti e il suo carattere: Louis Calhern nel "Giulio Cesare" di Joseph L. Mankiewicz, del 1953, e Rex Harrison, Cesare in "Cleopatra", dello stesso regista, girato nel 1963.

La mostra riunisce per la prima volta documenti archeologici di grande importanza e bellezza (sculture, mosaici, affreschi, gioielli, gemme, monete), provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri (tra cui i Musei Vaticani, il Museo del Louvre, i Musei Capitolini, il British Museum, il Museo Archeologico di Napoli, lo Staatliche Museum zu Berlin, il Kunsthistorishes Museum di Vienna), insieme plastici appositamente realizzati, a ricostruire la Roma di Cesare.All'arte figurativa (circa cento dipinti tra cui Guido Reni, Roubens, Tiepolo, Hayez, Rixens) è affidata la documentazione del mito di Cesare e del cesarismo dall'età medievale al Rinascimento, da qui al Neoclassicismo e oltre; fino ai primissimi decenni del Novecento, quando il cinema, attraverso filmati d'epoca, costumi di scena e scenografie, racconta il mito più recente di Cesare.

SCHEDA TECNICA

GIULIO CESARE.
L'uomo, le imprese, il mito
Roma, Chiostro del Bramante - Via della Pace
24 ottobre 2008 - 05 aprile 2009
Intero 10,00
Ridotto martedì per tutti 7,00
Gruppi (min. 15 max 25 nella settimana) 7,00
(min. 15 max 20 nel fine settimana) 9,00
Scuole 4,50

Per i gruppi la prenotazione è obbligatoria e deve essere effettuata mediante bonifico bancario entro 8 giorni dalla data della prenotazione.

Tariffe
Gruppi prenotazione 20,00
visita guidata 80,00
E' escluso il costo del biglietto

Orario: tutti i giorni: 10.00-20.00
Sab-dom: 10.00-21.00
Lunedì chiuso (La biglietteria chiude un'ora prima)

Mostra a cura di Giovanni Gentili, Paolo Liverani, Enzo Sallustro, Giovanni Villa. Catalogo Silvana Editoriale.

Info: tel. 06.68809035

DAL COSTRUITO ALL’ARCHITETTURA SENZA CARTA

Cinquanta architetti spagnoli, appartenenti a due diverse generazioni, partecipano alla mostra Dal Costruito all’Architettura Senza Carta. Da quelli che iniziarono su carta a disegnare le loro opere con il tiralinee, a quelli che operano esclusivamente con il computer, i due gruppi sono i protagonisti del Padiglione della Spagna alla 11. Mostra Internazionale di Architettura organizzata da La Biennale di Venezia. “Il nostro paese occupa una posizione fondamentale nel pensiero architettonico mondiale e sono molti gli architetti che vengono in Spagna per documentarsi nell’arte edilizia, uno dei tratti che distinguono la nostra architettura” – dichiara Beatriz Corredor, Ministra de Vivienda (Ministro dell’Edilizia abitativa) – e aggiunge “Gli architetti spagnoli sono sempre più coscienti del loro ruolo nella costruzione di una nuova cultura della città, nella quale la qualità dell’ambiente e dell’architettura sono le prime condizioni di uno spazio di convivenza più abitabile, di maggiore coesione sociale e meno egoista nell’uso delle risorse naturali”.



Curata da due architetti, Soledad del Pino e Ángel Fernández Alba (AFA Architetti), la mostra da un lato rende omaggio a ciò che è stato edificato grazie all’opera silenziosa di una generazione di maestri dell’architettura spagnola e, dall’altro, illustra un percorso verso l’architettura “senza carta”, che mette in mostra l’opera (edificata o meno) di una nuova e meravigliosa generazione che ha trovato nel computer e nella rete web la sua fonte di espressione. In entrambi i casi, si tratta di progetti inediti per la Mostra Internazionale di Architettura, dove alcuni tra gli architetti spagnoli esposti al Padiglione sono degli assoluti esordienti nell’ambito delle manifestazioni internazionali. Dal Costruito all’Architettura Senza Carta è divisa in due sezioni: "SIN NOMBRES, LUGARES" (SENZA NOMI, LUOGHI) Sei progetti, costruiti recentemente, realizzati da riconosciuti ed affermati architetti che hanno generato, in silenzio, le loro opere in risposta a una domanda ogni giorno più complessa: una biblioteca, un insieme scultoreo di abitazioni, un centro di arti sceniche, il recupero di un’antica fabbrica per la conciatura del pellame, trasformata in dimora privata. Si tratta di opere che occupano, definiscono e conformano luoghi. Luoghi che si trasformano e fanno visibile l’invisibile, progettati da: il cantabro Juan Navarro Baldeweg, Premio Nazionale per le Arti Plastiche; i catalani Llüis Clotet, Ignacio Paricio e Joseph Llinás, l’èquipe di Olot RCR Arquitectos; i baschi dello studio IMB Arquitectos e i madrileni Víctor López Cotelo e Juan Manuel Vargas Funes. Questi ultimi sono stati insigniti del Premio Manuel de la Dehesa della VII Bienal de Arquitectura Española, ottenuto con il progetto di recupero e trasformazione in edilizia residenziale della fabbrica per la conciatura del pellame (situata a Santiago de Compostela), che verrà esposto nel Padiglione.

“Tutte le opere selezionate mostrano diverse risposte di avanguardia alla modernità architettonica, che è ancora lontana dall’essere esaurita, sebbene stia per compiere i cento anni” affermano i curatori del Padiglione. E aggiungono: “Non sono stati scelti nomi appartenenti allo “star system”: abbiamo selezionato opere appena costruite e di grande qualità, firmate da professionisti che hanno alle loro spalle un ampio percorso. Nel selezionarli, abbiamo utilizzato un criterio poetico che, applicato all’architettura, la innalza all’ambito artistico”. "ARQUITECTURA SIN PAPEL" (ARCHITETTURA SENZA CARTA) Sono esposti una serie di lavori, realizzati o meno, ideati da quindici studi di architetti – alcuni di loro molto giovani - che rappresentano il presente e il futuro dell’architettura, e in cui si cerca di sperimentare ed esplorare nuovi percorsi creativi, in diversi casi vicini all’arte. Le opere sono esposte mediante animazioni, nello stesso modo in cui si possono trovare in rete, e con un elemento in comune: l’uso del mezzo digitale come linguaggio architettonico. “Si tratta di immagini nelle quali si mescolano l’architettura con altre arti, come la fotografia, il disegno grafico etc.…” affermano i curatori.

lunedì 23 giugno 2008

CHICCO MARGAROLI E TINA SGRO’



VIA METASTASIO 15
18 – 30 GIUGNO 2008

“Quello che mi interessa è la trasformazione del punto estremo, del taglio, che lentamente indebolisce l’attaccamento a ciò che siamo e facciamo, per condurci su nuove dimensioni mentali. Solo attraverso la cesura si genera il rinnovo. Così utilizzo materiali che per natura subiscono il taglio, dagli sfridi delle potature di alberi monumentali agli organi interni di animali, i primi destinati al fuoco e i secondi all’inceneritore. Materiali come metafora di vita, proprio perché come noi subiscono morte biologica”.
E’ dalle parole di Chicco Margaroli che si riesce a capire fino in fondo il significato profondo della sua ricerca, una sperimentazione costante sul concetto dell’impermanenza e del rinnovo. L’artista, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Torino espone a Roma per la prima volta presso Via Metastasio 15, presentando una raccolta di sculture in materiale organico stabilizzato che affrontano il tema della vita e dei sentimenti del quotidiano.


Cinque anelli sospesi nel vuoto realizzati in vescica stabilizzata e lamina in oro 24 carati sono il tributo dell’artista alla collettiva Lo Specchio Leggero di cui la mostra è parte integrante. Il concetto della donna e della vita al femminile è analizzato dalla Margaroli con una sorprendente puntualità. L’anello Eden racconta di un paradiso ideale di emozioni perfette, un involucro protettivo isola gli amanti nella loro armonia emotiva irreale.

L’anello Barca rappresenta l’uomo capace di condurre e proteggere la sua compagna in una declinazione poetica dell’occidentale pater familias. L’anello Scala raffigura la possibilità della donna ambiziosa di “salire” socialmente grazie al supporto di un uomo; l’anello Tuttofare invece è lo specchio della donna che affronta senza aiuti il lavoro, la famiglia, la casa.

Ed è proprio la casa oltre al tema del sentimento la chiave di lettura dell’opera Kuore come Kasa, tre cuori di vitello mummificati che nei colori rosa, azzurro e bianco simboleggiano il rapporto dell’uomo della donna nei confronti della loro casa, luogo di vita e di scambio quotidiano di relazione.

I Bulbi, sono il frutto di tale reciproco coinvolgimento, quattro volti di fanciullo in resina che hanno dipinti sulla testina la purezza di pensieri naturali, propria del mondo dell’infanzia.

Infine Regina di Casa è la scultura di una ballerina con la cui veste si gonfia del vento della libertà pronta a librarsi anche grazie all’aiuto di piccole ali trattenute dalle mani dorate. All’interno della gonna però si intravede una casa, il fardello o il prezioso dono che la cultura le ha da sempre affidato.

Le vesciche di vitello stabilizzate, i cuori mummificati diventano per Chicco Margaroli i materiali espressivi imprescindibili per far riflettere sull’umanità, le sue scelte, le sue regole quotidiane spesso ormai frutto di abitudini e costumi sociali nei quali l’uomo e la donna faticano a riconoscersi.


In mostra anche i dipinti di Tina Sgrò, interni borghesi che acquistano un’espressività tutta particolare grazie al tratto pittorico proprio dell’artista. Stesure di colore ad olio nervose e cariche tra la raffigurazione e la cancellatura in toni cupi illuminati da improvvisi fasci di luce. Spazi vuoti sospesi ne tempo che si riempiono della silenziosa ma incombente presenza-assenza dell’uomo.

Giorgia Simoncelli

giovedì 19 giugno 2008

RICHARD PRINCE: Four Blue Cowboys

20 Giugno – 8 Agosto 2008

Inaugurazione alla presenza dell’artista: Venerdì, 20 Giugno, 18:30 - 20:30

I'm interested in what some of these images imagine... most of the time, what's represented is just wishful thinking. I'm interested in wishful thinking.
--Richard Prince

Mi interessa l'immaginario creato da alcune di queste immagini...il piu' delle volte, ciò che rappresentano è solo un’illusione. Mi interessa l'illusione.
--Richard Prince



Gagosian Gallery è lieta di annunciare l’apertura della mostra di Richard Prince Four Blue Cowboys. Avido collezionista e cronista sensibile della sottocultura americana e del suo ruolo nella costruzione dell’identità nazionale, Prince ha esaminato il ruolo mitico dei cowboys, dei motociclisti, delle auto truccate e dei divi, oltre che del fascino della narrativa pulp e della pornografia; del razzismo, del sessismo, e della psicologia dello humor, producendo icone inaspettate come i suoi popolarissimi dipinti della serie Nurses (Infermiere) e Jokes (Barzellette).

Prince ha cominciato a raccogliere immagini tratte dalla cultura popolare, dalla pubblicità e dallo spettacolo, fin da quando alla fine degli anni '70 lavorava per il colosso editoriale Time/Life a New York. Rifotografando pubblicità di gioielli, mobili, moda e cowboys della Marlboro Country - modificandole nel taglio, eliminando il testo e riproducendo a colori immagini in bianco e nero -Prince ha ridefinito i concetti di autore, proprietà, e aura. Attraverso la sua interpretazione delle complesse regole della rappresentazione, ha sviluppato unostile unico che pur evocandone altri è inconfondibilmente il suo.


L’utilizzo dei cowboys nell’opera di Prince dall’inizio degli anni ’80 al presente, rivela molto sia delle trasformazioni del suo rapporto con quest’icona americana e di come essa viene costruita dai media, sia del suo uso della tecnologia fotografica e degli effetti dell’ evoluzione in digitale. Nei primi esemplari per esempio, l’artista era costretto a scattare intorno ai testi producendo dettagli estremi e granulosi dei soggetti originali. In una seconda fase, le evolute tecniche di laboratorio gli hanno permesso di aumentare significativamente la messa a fuoco e le dimensioni delle immagini definitive. Nella fase più recente, che include le serie The Blue Cowboys, Mountain Cowboy and Silhouette, ha lavorato partendo da immagini di alta qualità in cui il testo è già completamente assente.

Nei Four Blue Cowboys esposti in mostra, le figure sono ridotte a minimi ma sempre riconoscibili simboli all’interno di vasti paesaggi bucolici impregnati di rugiada mattutina o illuminati dai raggi del sole al tramonto. Trasportati nel mondo dell’arte questi panorami cinematografici evocano, non senza ironia, la grande tradizione romantica della pittura.

Richard Prince è nato nel 1949 nella zona del Canale di Panama. Vive e lavora a New York. É stato oggetto di mostre importanti tra le quali quelle al Whitney Museum of American Art, New York (1992); the San Francisco Museum of Modern Art (1993); Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam (1993); Museum für Gegenwartskunst, Basilea (2001); Kunstmuseum Wolfsburg (2002); nel 2007 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York gli ha dedicato una grande retrospettiva attualmente in corso al Walker Art Center di Minneapolis. Il suo ultimo progetto espositivo si inaugura alla Serpentine Gallery di Londra a giugno 2008.

giovedì 29 maggio 2008

II TAPPA – RENOVATIO DI CARLO MAGNO

SANTA PRASSEDE

L’incoronazione di Carlo Magno da parte di papa Leone III nell’800 sancisce simbolicamente la caduta dell’influsso bizantino su Roma. La nuova era è chiamata renovatio, una rinascita politica e culturale attraverso il recupero delle istanze antiche.
Santa Prassede è il primo esempio di “ripresa” dello stile paleocristiano e tardo – antico: la chiesa, intitolata a Prassede, sorella di Prudenziana, presenta infatti elementi ormai abbandonati, come il transetto e la decorazione musiva.

tav. 14. veduta della navata centrale, VIII sec.,Santa Prassede, Roma

DESCRIZIONE

La chiesa, ricavata da un edificio di culto pagano, viene ricostruita da papa Pasquale I°, il quale propone un ritorno ad un gusto ricco e raffinato. La chiesa riprende l’impianto della basilica costantiniana di S. Pietro: divisa in tre navate da 11 colonne architravate e ripropone il transetto continuo, al di sotto del quale si apre una cripta per la custodia delle reliquie. Il mosaico absidale rappresentante Cristo e gli apostoli (tav. 15) è palesemente esemplato su quello della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, mentre il sacello di San Zenone (tav. 16) riproduce il fondo blu, elemento abbandonato da almeno tre secoli. Nei mosaici gli accostamenti sono caldi ed efficaci, le forme vengono ridotte all’essenziale e sfruttate per ricavare ampie campiture cromatiche e raggiungere effetti di espressiva vitalità.

tav. 15. mosaico absidale, VIII sec., Santa Prassede, Roma

tav. 16. Sacello di San Zenone, VIII sec., Santa Prassede, Roma.

L’ARTE ISPIRA…

La prevalenza dell’oro nel Sacello di San Zenone indica un evento soprannaturale, senza tempo, una sorta di visione aurea, un’estasi. Nonostante la ripresa antichizzante, le immagini, così sofisticate e illusionistiche, riportano ad un’espressione elegante e complessa. Figure gentili ed eteree, immerse in un fondo di eternità.

SANTA CECILIA IN TRASTEVERE

Alla luce di alcune scoperte archeologiche si è giunti all’ipotesi che la Chiesa sorga sulla casa familiare di Cecilia, suppliziata nel 220. In effetti, negli scavi eseguiti nel 1899, è stato identificato sotto la chiesa un complesso di edifici romani risalenti all’età repubblicana: questo ha lasciato supporre che si trattasse effettivamente della casa della santa, così come narra la legenda secondo cui papa Pasquale I ebbe in sogno una rivelazione della stessa Cecilia, per la quale traslò il corpo nel luogo ove ora sorge la chiesa.

tav. 17. facciata e campanile di Santa Cecilia in Trastevere, Roma

DESCRIZIONE

La chiesa ha subito numerosi cambiamenti nel corso dei secoli e l’unico elemento riferibile all’epoca in questione è l’abside, rimasto immutato.

tav. 18. abside, IX secolo, Santa Cecilia in Trastevere, Roma
In principio la decorazione musiva del catino absidale si estendeva anche sulle pareti laterali. Lo schema, riferibile all’abside dei Santi Cosma e Damiano ( VI sec.), riproduce le sette figure con Cristo al centro, i santi titolari e il papa committente. Il recupero dei modelli paleocristiani è la prerogativa delle costruzioni di questo periodo. Originariamente, infatti, la chiesa presentava il solito impianto basilicale sul modello di San Pietro, con tre navate e colonne collegate da archi a tutto sesto. Nel corso dei secoli la struttura ha subito sostanziali cambiamenti che hanno alterato in modo irreversibile la sua forma originaria; in questo modo, l’unica testimonianza che ci resta del recupero dello stile tardo – antico è proprio il mosaico absidale, tecnica abbandonata da secoli che ora ripropone in tutto il suo splendore modalità e prerogative dimenticate.

L’ARTE ISPIRA

Il fondo blu, la veste dorata di Cristo, particolari apparentemente di secondaria importanza…risultano invece così chiari ed illuminanti…Il mosaico, tecnica ormai perduta e dimenticata, torna a vivere con rinnovato splendore, reduce delle alterazioni secolari, delle influenze bizantine, di uno stile nuovo più mistico e trascendentale, ma sempre e comunque elegante.

SANTA MARIA IN DOMNICA

La chiesa è stata edificata nel VII secolo su di una costruzione preesistente, risalente al V secolo, nei pressi della V coorte dei vigiles di Roma ( corpo istituito da Augusto nel 7 a.C.). Come molte altre chiese, ha subito dei rifacimenti, mantenendo sostanzialmente intatto l’aspetto basilicale a tre navate, con quella centrale particolarmente ariosa e spaziosa.

tav. 19. navata centrale e laterali, arcone e abside, Santa Maria in Domnica, Roma

DESCRIZIONE

Conservando il tipico impianto basilicale, con colonne di spoglio in granito e capitelli corinzi antichi, la chiesa, come molte in questo periodo, ripropone il mosaico e lo stile tardo – antico, rispecchiando il rinnovamento artistico che coinvolse Roma per tutto il IX secolo. Sull’arco trionfale (o arcone) troviamo il Cristo tra due angeli e apostoli, con sotto Mosè ed Elia, mentre nell’abside la Madonna in tronco con bambino tra due schiere di angeli e papa Pasquale I in ginocchio. Oltre alla decorazione musiva, tipica delle chiese di questo periodo, anche la tecnica costruttiva è rivolta al recupero delle istanze tardo – antiche, come la disposizione dei mattoni su file regolari e l’introduzione di una cripta al di sotto del presbiterio, a modello della basilica di San Pietro.

L’ARTE ISPIRA…

Il riferimento all’arte e alla forma classica elegante è palese in queste costruzioni, tutte tese ad un recupero cosciente e riuscito delle istanze antiche e paleocristiane. L’era di Pasquale I ha segnato davvero un cambiamento, una rinascita stilistica e un ritorno alla tecnica musiva come espressione concreta, semplice e complessa allo stesso tempo, ma sempre estremamente suggestiva.


COPERTA DELL’ EVANGELARIO DI LORSCH
(BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA)

La nuova cultura figurativa imperiale si esprime pienamente in un gruppo di evangelari, tra cui quello di Lorsch, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana.
L’attività dei miniatori raggiunse sotto i sovrani carolingi esiti qualitativamente straordinari; il libro assunse infatti presso la dinastia una valenza eccezionale, riportando così sul suolo imperiale l’autorità dei codici scritti, validi universalmente e tesi al recupero del sapere antico.

tav. 20. coperta dell’ Evangelario di Lorsch, IX sec., Biblioteca Apostolica Vaticana

DESCRIZIONE

L’evangelario, in avorio scolpito, riproduce Cristo in gloria tra due arcangeli ed offre delle impaginazioni riconducibili allo stile antico, mentre le figure propongono uno stile quasi bizantineggiante, aulico e prezioso. I fondali architettonici antichi si uniscono alle incorniciature di archi su colonne, tipici elementi di origine italiana. Tra i motivi delle parti decorative ricorrono cammei, monete antiche, stoffe e tutti quegli oggetti che i saccheggi e gli scambi con Bisanzio avevano fatto affluire nella capitale.

L’ARTE ISPIRA…

Sicuramente, l’Evangelario di Lorsch è una delle testimonianze più preziose della presenza carolingia in Italia; grazie a Carlo Magno e a suo figlio Ludovico il Pio, la tradizione scritta riacquistò vigore e autorità. Ho ammirato le figure con estasi infantile, come un bambino guarda i colori per la prima volta e scopre una nuova dimensione, preziosa e degna di rispetto. Tutto riporta all’antico, ogni elemento è un richiamo chiaro e genuino ad uno stile lontano…un disegno che, se non riesce a penetrare del tutto i caratteri dell’antichità (come fanno in seguito gli Evangeli dell’Incoronazione), delinea comunque un cammino preciso, rivolto ad un tempo glorioso.


TECA DI PASQUALE I
(TESORO DEL SANCTA SANCTORUM, BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA)

La teca, nota anche come stauroteca [1] di Pasquale I, fa parte della produzione orafa di alta qualità del periodo carolingio. La ricchezza iconografica di quest’ opera risente del clima di renovatio diffuso nell’impero, sebbene con alcune contaminazioni bizantine.

tav. 21. teca di Pasquale I, IX sec., Tesoro del Sancta Sanctorum, Biblioteca Apostolica Vaticana

DESCRIZIONE

La stauroteca, di cui si conserva solo la faccia superiore, è costruita in lamina d’oro con smalto cloisonné[2], sfondo verde e cornice in filigrana. Nel braccio superiore sono raffigurate l’Annunciazione e la Visitazione, nel braccio sinistro l’Andata a Betlemme, al centro la Natività, nel braccio destro l’Adorazione dei Magi e in quello inferiore la Presentazione al Tempio e il Battesimo. Molto probabilmente, sulla faccia inferiore erano presenti scene della crocifissione.

L’ARTE ISPIRA…

La teca e i suoi smalti, l’uso delle pietre preziose e la lavorazione dei castoni sono indicativi di un’era artistica complessa e ricca. Una lavorazione di alta qualità, che mi riporta alla mente il famoso, contemporaneo Altare d’oro di Vuolvino (Milano, Sant’Ambrogio) e il reliquiario di San Giovanni Battista (Tesoro della Cattedrale di Monza), entrambi espressioni altissime dell’oreficeria carolingia.


[1] Reliquiario a forma di croce
[2] Smaltatura a caldo con disegno in filo d’oro piatto
Angela Angelillo





lunedì 26 maggio 2008

LUIGI RECCHI E VANESSA JACOROSSI

Cuori, fiori, simboli, numeri e lettere inseriti in griglie coloratissime rappresentano il codice espressivo di Luigi Recchi presente, insieme a Vanessa Jacorossi, nella Galleria Via Metastasio 15 per la mostra Lo Specchio Leggero fino al prossimo 2 giugno.

Caratteristica delle opere del maestro Recchi è sicuramente la grande forza espressiva. Colori primari accostati con sapiente armonia catturano lo sguardo e scuotono lo spirito con violenta immediatezza. Ad una prima lettura così diretta ne subentra poi una più intima, i numeri e le lettere riportate sono infatti i codici di un linguaggio segreto dell’artista, come ad esempio la parola “GAS” ripetuta quasi con maniacalità in moltissimi lavori, tre lettere che celano il significato di: Guardare, Ascoltare e Sentire… o il numero 22 che rimane però volutamente un mistero: “ a chi chiede dite che è un segreto...”, dice l’artista.

In galleria sono presenti molti dei soggetti amati da Luigi Recchi come i borghi antichi, i cuori, i fiori e i giardini , resi con un tratto semplice e calligrafico quasi infantile in una ricercata serialità che lascia però sempre spazio all’unicità della realizzazione e dell’interpretazione.
Vanessa Jacorossi, alla sua prima esposizione, presenta diverse opere che si caratterizzano per l’importante ricerca materica. Acrilici, sabbia, stucchi, colori puri, polveri ed applicazioni di diversi materiali rendono le superfici spesse e materiche.


A questo si aggiunge l’inserimento di gesti pittorici schematici e decisi, primari, in cui il tratto lineare puro si carica di espressività.

Sono evidenti i segni lasciati con la spatola ed il pennello, graffi ed accumulazioni, che rispondono all’esigenza della Jacorossi di lasciare un’ impronta evidente, fisica del suo lavoro sulla tela.


Colature e sovrapposizioni di stucco e colore fuoriescono tridimensionalemente in quadri che entrano in relazione con lo spazio e con la luce nei bagliori delle polveri e delle tonalità cromatiche, in cui primeggia la presenza dell’oro del bronzo e dell’azzurro.



Giorgia Simoncelli

mercoledì 21 maggio 2008

ITINERARI D'ARTE DI ANGELA ANGELILLO

“L’arte è diletto, ricreazione dell’animo, intrattenimento, smarrimento”
Francesco Petrarca
Premessa

Questo breve itinerario si propone di illustrare, senza troppe pretese, i luoghi ed i percorsi di interesse storico-artistico che hanno caratterizzato la Roma tardo - antica e medievale. Chiunque abbia interesse nel visitare i siti e le opere che hanno segnato il passaggio dal cosiddetto stile antico a quello medievale troverà in questa piccola guida indicazioni, illustrazioni, spiegazioni che, mi auguro, riusciranno a soddisfare le sue esigenze e le sue curiosità .Prima di passare al percorso vero e proprio, è opportuno introdurre il concetto di tardo – antichità e quello di Medioevo:

la data presa in considerazione dagli storici dell’arte come inizio vero e proprio del Medioevo è la fondazione dell’impero germanico sotto Carlo Magno, cioè l’anno 800. Il riferimento a questa data piuttosto che ad altre come il 313 (Editto di Milano) o il 476 (abdicazione dell’ultimo imperatore romano) si giustifica considerando che non si parla quasi mai di arte medievale prima dell’influenza della civiltà cristiana nel Nord Europa. Gli anni trascorsi tra l’epoca di Costantino (306 – 337) e quella di Carlo Magno (768 – 814) sono stati considerati a lungo decadenti e monotoni, fino a quando la recente ricerca li ha sollevati dalla loro dequalificante posizione, mettendo in risalto le loro caratteristiche più intime. L’arte di questi secoli ha un ruolo di importanza notevole: da un lato ha assicurato la continuità della tradizione classica, che rischiava di estinguersi a seguito della scomparsa della religione e della civiltà pagana, dall’altro ha costituito il punto di partenza per la trasformazione dello stile classico in quello medievale. Guardare lungo la linea artistica di questi anni non è semplice, bisogna considerare che l’Alto Medioevo è un periodo di evoluzione, trasformazione e mescolanza di caratteristiche; di sicuro non è un momento di declino, anzi, è proprio attraverso l’analisi di quest’ epoca che si può giungere alla comprensione dell’arte che segnò l’ “Era oscura”. Solo attraverso lo studio di queste istanze si può apprezzare pienamente lo sviluppo dell’arte di questi secoli, tra rosoni romanici e archi gotici a sesto acuto, passando per magnifici pezzi di oreficeria longobarda e severe icone bizantine. L’itinerario che vi propongo si snoda attraverso una linea cronologica che parte dall’arte alto – medievale ( longobardi, arte carolingia, rinascenza ottoniana), passando per l’arte romanica e giungendo infine all’arte gotica. Partendo dal presupposto che la città di Roma ha subito numerose e non sempre funzionali modifiche urbane, ho cercato di segnalare le opere e i monumenti più rappresentativi della tendenza artistica, considerando che molte costruzioni medievali sono state inglobate in edifici di epoche successive e solo alcune di esse conservano il loro aspetto originario. I periodi sono da considerarsi indicativi perché il cammino dell’arte non segue un percorso lineare e lo stile non può essere ingabbiato entro precisi limiti temporali.
Angela

INDICE ITINERARIO

PRIMA TAPPA – TARDO - ANTICHITA’ E ALTO MEDIOEVO ( IV sec. – VII sec.)
Arco di Costantino
Testa di Costantino ( Musei Capitolini)
Basilica di Massenzio
Basilica di S. Giovanni in Laterano
Basilica di S. Pietro in Vaticano
Chiesa di S. Maria Maggiore
SS. Cosma e Damiano
S. Maria Antiqua

SECONDA TAPPA – RENOVATIO DI CARLO MAGNO (VIII sec. – IX sec.)
Santa Prassede
S. Cecilia in Trastevere
S. Maria in Domnica
Coperta dell’Evangelario di Lorsch ( Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana)
Teca di Pasquale I, Tesoro del Sancta Santorum (Biblioteca Apostolica Vaticana)
Santa Cecilia

TERZA TAPPA – RINASCENZA OTTONIANA (X sec. – XI sec.)
S. Clemente
S. Bartolomeo all’Isola
Castello dei Caetani
S .Urbano alla Caffarella

4. QUARTA TAPPA – ARTE ROMANICA ( XI sec. – XII sec.)
S. Maria in Cosmedin
S. Clemente
S. Maria in Trastevere
S. Maria Nuova
S. Paolo fuori le Mura
S. Prudenziana

5. QUINTA TAPPA – ARTE GOTICA ( XII sec. – XIV sec.)
Carlo I d’Angiò (Musei Capitolini)
S. Paolo fuori le Mura
S. Cecilia in Trastevere
S. Maria Maggiore
Polittico Stefaneschi (Città del Vaticano, Pinacoteca Vaticana)
Codice Giustinianeo (Biblioteca Apostolica Vaticana)
a cura di Angela Angelillo